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Analisi sulle modifiche della Costituzione 

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Mauro Biani 

Il 4 dicembre 2016 gli aventi diritto saranno chiamati a votare tramite referendum alla proposta di riforma della Costituzione Italiana presentata dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal Ministro per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi.

Le due colonne portanti di questa riforma sono il superamento del bicameralismo perfetto ed una importante correzione alla (fallimentare) modifica del rapporto Stato-Regioni adottata nel 2001. Di seguito, per esigenze di sintesi, sarà analizzato esclusivamente il primo dei due cardini.

Nel sistema delineato dall’Assemblea Costituente all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, le due camere parlamentari (Camera dei Deputati e Senato), elette entrambe a suffragio diretto, sono indifferentemente titolari della funzione legislativa. È previsto pertanto che entrambe le camere deliberino sull’identico testo: il disegno di legge “fa la navetta” tra Montecitorio e Palazzo Madama sino a quando deputati e senatori non si siano espressi favorevolmente sulle medesime disposizioni. Stando ai dati di http://www.truenumbers.it, nel 2015, per approvare un disegno di legge (che si differenza dalla proposta di legge, poiché la prima è di iniziativa parlamentare, la seconda di iniziativa governativa) sono occorsi 313 giorni al Senato e 400 alla camera, per una media di 356,5 giorni (a disegno di legge!).

La riforma costituzionale Boschi-Renzi, qualora dovesse essere confermata, introdurrà per la prima volta nella storia della Repubblica il bicameralismo differenziato: la Camera dei Deputati rimarrà l’unica camera eletta a suffragio universale e diretto e sarà l’unica assemblea abilitata al processo legislativo. Inoltre, sarà l’unica istituzione nei cui confronti il Governo sarà chiamato a rispondere, poiché – a differenza da quanto previsto dai costituenti – solo essa, e non più il Senato, potrà attribuire e revocare la fiducia all’Esecutivo.

Per quanto riguarda il Senato, secondo il nuovo articolo 55 della Costituzione, esso “rappresenta le istituzioni territoriali”: la scelta risponde alla duplice esigenza di valorizzare le istanze locali e, al contempo, ridurre le ragioni di potenziale contrasto tra Stato e enti locali.

Bisogna innanzitutto analizzare come cambierà la numerosità di Palazzo Madama: attualmente, i senatori della Repubblica sono 315. Se dovesse essere approvata la riforma, essi scenderanno a 95, ai quali si dovranno aggiungere gli ex Presidenti della Repubblica (ad oggi solo Giorgio Napolitano) e altri 5 senatori a nomina presidenziale, i quali, a differenza dei loro predecessori “a vita”, saranno sì scelti tra coloro che abbiano dato lustro alla Patria, ma avranno un mandato settennale. Se dovesse prevalere l’approvazione della riforma costituzionale, Palazzo Madama si ritroverebbe con un totale di 103 inquilini.

I 95 senatori verranno eletti dai Consigli regionali, i quali sceglieranno tra i propri membri e tra i sindaci dei Comuni facenti parte della Regione di competenza. Particolarmente, i consiglieri regionali saranno scelti in proporzione alla propria popolazione. Si va da un minimo di 1 consigliere ad un massimo di 3. I sindaci saranno invece 21 (e non 20, poiché le Province autonome di Trento e Bolzano agiscono come assemblee separate). In ogni caso, tutte le regioni avranno una rappresentanza minima di 2 senatori.
Ad essi, senza indennità economiche aggiuntive, sarà richiesto lo svolgimento della doppio incarico, sia consigliere (o sindaco) sia parlamentare. La scelta dei consiglieri-senatori non sarà ad appannaggio esclusivo dei Consigli Regionali: stando all’art.57 (riformato), i senatori saranno nominati “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Non è ancora stato definita l’applicazione concreta di tale disposizione costituzionale.
La durata del mandato, per i senatori, non sarà più quinquennale (come invece resta per la Camera), bensì, coincidente al mandato da sindaco/consigliere regionale. Il Senato diventerà dunque un organo permanente, poiché, come è noto, le elezioni locali non si svolgono mai contemporaneamente in tutta Italia.

A livello legislativo, è principalmente l’articolo 70 (riformato) ad indicare i nuovi poteri del Senato: questo articolo, la cui controparte originale recita “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere”, è sicuramente quello che più viene stravolto.


Sono indicate minuziosamente le aree per cui s’è mantenuto il procedimento legislativo classico: le leggi costituzionali (tra cui anche la revisione), le forme di consultazione popolare, le leggi di determinazione dell’ordinamento (per esempio, la legge elettorale, le funzioni fondamentali di Comuni e Città Metropolitane), le leggi di attuazione della normativa europea, le leggi di ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio del senatore.

In più, stando al terzo comma dell’art. 70 (riformato) e al secondo comma dell’art.71 (riformato), “ogni disegno di legge approvato dalla Camera è immediatamente trasmesso al Senato”. Da allora, Palazzo Madama ha 10 giorni per decidere se esaminarlo o meno, e qualora decidesse di esaminarlo, avrebbe altri 30 giorni per deliberare proposte di modifica al d.d.l. (su cui la Camere successivamente si pronuncerà in maniera definitiva). Solo qualora il Senato decidesse di non pronunciarsi, la legge verrebbe promulgata dal Presidente della Repubblica. Il Senato, pertanto, viene certamente ridimensionato a livello di potere (come detto, la Fiducia ai Governi entranti non sarà più di sua competenza, per esempio), ma è assolutamente scorretto affermare che perda ogni tipologia di potere.

Il primo comma dell’art. 71, com’è noto, indica come l’iniziativa legislativa possa appartenere tanto al Parlamento quanto all’Esecutivo. Nell’ultimo ventennio, si è assistito ad un vero e proprio fenomeno di abuso del decreto-legge, uno strumento legislativo appartenente al Governo, atto a produrre norme subito efficace e poi rettificate dal Parlamento in un secondo momento. La Costituzione prevede il suo utilizzo esclusivamente in casi di emergenza, ma solo in questa legislatura le leggi di conversione dei decreti-legge sono arrivate ad incidere per ben il 30,5% sul totale della produzione legislativa.
A fronte di questa deprecabile situazione (è comunque compito principale del Parlamento produrre leggi, non del Governo, altrimenti si minano seriamente le basi della Democrazia Rappresentativa), la riforma introduce due novità: l’introduzione del disegno di legge a data certa e la definizione di più pervasivi vincoli alla decretazione d’urgenza.

Stando al settimo comma dell’art.72 (riformato), il Governo può richiedere alla Camera dei Deputati che un disegno di legge indicato come “essenziale per l’attuazione del programma di governo” sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e che si giunga ad una pronuncia in via definitiva entro settanta giorni. Ciò, sempre secondo il suddetto articolo, esula ambiti quali la materia costituzionale, quella d’ordinamento (legge elettorale ecc) e quella comunitaria (per citare le più importanti). Sarà la Camera tuttavia, entro 5 giorni dalla richiesta dell’Esecutivo, a valutare e acconsentire tale procedimento accelerato. È la Camera dunque a valutarne l’essenzialità.
Dei decreti-legge si occupa invece l’art.77: secondo la Riforma, i decreti non potranno riguardare le solite materie fin qui espresse (tranne la materia elettorale, quella sì che potrà essere interessata dalla decretazione), e non potranno assolutamente reiterare disposizioni di decreti precedenti poi non convertiti (ciò che cambia effettivamente rispetto al passato e la promozione dei vincoli a rango costituzionale, cosa che prima non era).

Leonardo Rosti

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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