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Bon Iver – 22, A Million

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Dolci melodie accompagnano la voce di Justin Vernon, frontman della band statunitense Bon Iver, ormai da quasi un decennio. Sarebbe forse più corretto dire che Justin Vernon porta avanti dal 2007 questo progetto chiamato Bon Iver attirando a se i migliori musicisti indie folk in circolazione dal momento che la formazione cambia non di rado, un po’ come i Cure per intenderci, lo storico gruppo capitanato da Robert Smith, unico membro fisso dal 1976.

L’indie folk è un genere un po’ particolare. Assistiamo alla fusione dell’atavico folk dei cantautori americani e l’indie rock, sviluppatosi verso la fine degli anni novanta.

Quest’ultimo album rilasciato dalla Jagjaguwar il 30 Settembre 2016 ha avuto un successo straordinariamente inaspettato, classificandosi al primo posto per vendite in Canada, Nuova Zelanda e Scozia e al secondo posto niente di meno che nel Regno Unito, Australia e USA, mentre in Italia è riuscito a classificarsi nono. Vernon e compagni posso ritenersi più che gratificati per il risultato raggiunto grazie ad un lavoro che li ha impegnati costantemente per quattro anni.

L’album si compone di dieci tracce i cui caratteri nella tracklist ufficiale sono stilizzati e non senza sforzo comprensibili. 

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Con questo album Justin Vernon si conferma un nome importante nella musica contemporanea, una valida alternativa a chi non accetta l’imposizione commerciale delle classifiche nazionali, è un album accessibile a tutti dal punto di vista della sensibilità uditiva. D’altro canto chi ha un orecchio più raffinato può cogliere dei tratti distintivi all’interno di quest’ultimo lavoro come la dissomiglianza fra le varie tracce. Assistiamo alla compresenza di brani ora composti con melodie dolci e aperte con note molto lunghe e distese quali 22 Over Soon e 21 Moon Water e altri che magari iniziano più placidamente ma che poi scoppiano con suoni più duri e sintetizzatori molto complessi come in 33 “God”; per rendervi l’idea di ciò che balena nella mia mente mentre ascolto questo brano vi chiedo di immaginare un’onda che varia la sua altezza da due a sette metri e poi indietro.

Quest’album è pieno di significati simbolici. Non è un caso che emblema che la fa da padrone in copertina sia proprio il tao, lo ying e lo yang, appunto per via dello scontro incontro delle diverse melodie espresse all’interno del lavoro.

Si fondono dolcemente la durezza degli strumenti elettronici di ultima generazione e l’anima cupa dell’artista che canta al vento i dolori della sua vita seduto in riva ad un fiume nel suo Winsconsin.

Vernon è un’artista completo, ha saputo cogliere al volo il sentito bisogno generale di un suono diverso, ed è stato inoltre capace di evolvere nel tempo, soprattutto dal punto di vista musicale, facendosi forte anche di collaborazioni importanti, cosa da non prendere sotto gamba dal momento che al giorno d’oggi gli artisti più vanno avanti più sembrano tornare indietro.

Permettete che vi dia un coniglio su come ascoltare questo insieme di suoni ordinati: chiudete le finestre abbassate le persiane, assicuratevi di essere completamente al buio, mettetevi supini, chiudete ancora gli occhi e schiacciate play, buon divertimento.

Francesco Oreste

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