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Tra un finale e la fine


Quando ho incominciato a scrivere, qualche anno fa, mi sono resa conto che la soddisfazione alla fine di un pezzo arriva nel momento in cui la storia si chiude. Questa storia non è particolare. Nemmeno particolarmente felice, strana, assurda o commovente. Penso sia semplicemente vera. E, finalmente, sono riuscita a chiuderla.

Durante i miei 21 anni ho collezionato tante di quelle cose che i giovani finiscono per portarsi dietro: soddisfazioni, viaggi, esperienze, domande, amori, qualche amara delusione e moltissimi ricordi.

Di tutte queste cose ce n’è una che in questo bagaglio adolescenziale ha sempre sgomitato per farsi spazio, finendo sempre in un modo o nell’altro per rassegnarsi alla sua assenza. Questa cosa, anzi, queste cose, per essere più precisa, sono le domande a cui non ho mai risposto. E sono, come è giusto che sia, tantissime. Di cosa sono capace? Cosa sto costruendo? Cosa vuol dire essere felici? E io lo sono?

C’è inoltre un argomento su cui non ho mai avuto il coraggio di interrogarmi e, per quanto brutale e misero possa sembrare, quell’argomento è la morte. Forse perché non si è mai davvero pronti, o davvero sicuri a riguardo.

La morte è qualcosa che vorremmo posticipare, qualcosa a cui penserò domani. “Dopotutto, domani è un altro giorno”, come direbbe la meravigliosa Rossella O’Hara, protagonista di Via Col Vento di Margaret Mitchell. Ma, diversamente da ciò che ci piace pensare, non siamo poi così ricchi di domani, e arriva un momento in cui ci troviamo di fronte a quello che abbiamo sempre messo lì in un angolo, per riprenderlo in mano più tardi.

La morte ha tantissime domande. Non ce n’è una più esaustiva di un’altra, non ce n’è una che riesce a darci la risposta che vorremmo. Ma fra le tante bisogna scegliere, e io ho deciso quale domanda voglio portare con me. Quando si muore? Quando ci capita di morire? Credo di aver capito che non si muore solo alla fine, quando la storia finisce. Si muore anche nel bel mezzo dell’intreccio, quando la storia rischiamo di farla finire, quando lasciamo che sia la storia a decidere per noi. E per me è così, si muore quando ci lasciamo prendere per mano da ciò che potremmo avere in pugno. Quando ci convinciamo di non essere capaci, di essere meno degli altri. Quando ci abbandoniamo in balia delle ipotesi, di quello che potrebbe essere o che sarebbe meglio fosse. Affrontando questa domanda ho scoperto come combatterla, quindi, forse, la storia (ri)comincia da qui.

É il 7 novembre quando dopo un anno rimetto piede in un posto che riesce sempre a mettere a soqquadro la mia tranquillità. Questa descrizione, scusate il gioco di parole, non lo descrive in realtà per niente. Mi dispiace deludere le aspettative di chi più si diletta nell’immaginarselo come un luogo magico, ma il “posto” che ho erroneamente descritto è il banale, quasi tristemente monocromatico, Forum di Assago, a Milano.

É sempre il 7 novembre, e insieme a Enrica trovo un posto sul lato sinistro della platea. Aspettiamo i Twenty One Pilots. Ci sono due cose che dovete sapere, anzi tre. La prima è che l’amicizia gioca un ruolo fondamentale in questo genere di storie. Non c’è concerto paragonabile a quello vissuto con un amico. La seconda cosa che dovete sapere vi aiuterà a seguire il filo logico della storia: i Twenty One Pilots sono una band, o meglio un duo, composto da Tyler Joseph (voce, chitarra, tastiere) e Joshua Dun (batteria). I due nascono in Ohio iniziando a suonare insieme nel 2011. Dopo Vessel, il loro secondo album è Blurryface: prodotto dalla casa discografica Fueled By Ramen, raggiunge il successo mondiale grazie ai due singoli da esso estratti, che scalano rapidamente le vette delle classifiche. Il primo è Stressed Out, a seguire Ride. La terza è che Enrica è una mia amica, leale compagna di (dis)avventure, che forse non ringrazierò mai abbastanza per avermi regalato il biglietto di questo concerto.

Quello che voglio raccontare ha poco a che vedere con il concerto in sé e ancor meno con le capacità vocali o strumentali della band. Il centro di questa storia ruota attorno a ciò che questa musica trasmette, vuole, è. Il 7 novembre 2016, dopo un concerto dei Twenty One Pilots, è stato il giorno in cui ho probabilmente davvero affrontato la domanda “quando si muore?”, e ho capito che si risponde a questa domanda una volta che ci si è rialzati, una volta che ci si è lasciati alle spalle il baratro, una volta che si è data una svolta alle ipotesi. Esagero dicendo che il 7 novembre 2016 mi ha cambiato come persona? Esagero dicendo che la musica è in grado di farci cambiare, di rispondere alle nostre domande? Forse, ma per questa volta sarà così.

I testi scritti da Tyler Joseph affrontano la morte come dato di fatto, negandogli lo status di tabù che sembra ormai spettarle di diritto. La morte è di tutti e fa parte di noi forse più di quanto siamo costretti a credere. E per quanto assurdo possa sembrare, la “morte finale”, definitiva, è talmente scontata da non meritare quasi le nostre preoccupazioni. La morte più affrontata tra le note della band è quella accennata nelle prime righe. Quella che ci coglie nel bel mezzo della storia, quella di cui ci accorgiamo dopo, a volte troppo tardi, e che involontariamente fatichiamo a sconfiggere.

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Fare un’analisi dettagliata dei testi dei Twenty One Pilots sarebbe inutile, dispendioso e probabilmente inefficace. Un testo ha effetto nel momento in cui riesce a cogliere nel segno, e non tutti siamo lo stesso bersaglio. Raccontare un concerto sarebbe doppiamente inefficace: parlare di qualcosa che si è vissuto mi risulta spesso estremamente difficile, soprattutto nel momento in cui coinvolge una sfera di emozioni difficili da legare tra di loro. Raccontare significa inoltre condividere, e non sempre, non in tutti casi, forse non in questo, sono pronta a farlo. Mi limiterò a citare dei versi che sono, per me e per le mie domande, significativi:

“No one else is dealing with your demons

Meaning maybe defeating them

Could be the beginning of your meaning, friend.”

“Nessuno altro sta lottando con i tuoi demoni
Forse significa che sconfiggerli
Potrebbe essere il principio del tuo percorso, amico”

Dal brano Kitchen Sink, estratto dal loro primo album Regional at Best, prodotto con un’etichetta indipendente, questi versi rispondono perfettamente a ciò che ho aspettato a chiedere per molto tempo. Questo, come molti altri dei loro testi, ci mettono di fronte al più vero dei rimedi che abbiamo per questa morte: batterla per darle, e darci, significato. Superarla, andare oltre e finalmente chiudere la storia.

Il 7 novembre 2016, grazie forse ai Twenty One Pilots, io ho risposto a una domanda e ho chiuso la mia storia.

Anche questa volta non è la fine, ma solo un sonoro, meraviglioso finale.

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Tutte le foto sono state scattate da Brad Heaton

Marta Boffelli

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