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Budapest: gli occhi dello straniero

Atterrando all’aeroporto internazionale di Budapest, sembra di non aver lasciato l’Italia. Già dall’aereo è possibile osservare distese di campagne e di verde, con qualche cumulo di fieno qua e là. Insomma, niente di così dissimile da quello che si può vedere vicino all’aeroporto di Pisa.  Durante il viaggio dall’aeroporto a Budapest la realizzazione di essere altrove cominciava a prendere piede, partendo dalle piccole cose: l’utilizzo dei fiorini al posto dell’euro per pagare il biglietto del bus, i cartelli pubblicitari con scritte quasi esclusivamente ungheresi, poi le prime case, i primi edifici, fino all’arrivo a Pest.

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Budapest si potrebbe facilmente rappresentare come una città divisa dal fiume Danubio (in ungherese Duna) in due zone ben distinte: Buda e Pest.
Pest è la parte che più fa pensare alla città come ad una capitale europea. Strade larghe con tante corsie trafficate, edifici residenziali e moderni che ben si accompagnano a costruzioni più architettonicamente interessanti e che risentono dei tanti influssi provenienti da altri popoli e tempi, in primis turchi e popolazioni slave. Man mano che ci si addentra nella città si possono trovare parchi e zone verdi, battelli e traghetti che affollano il fiume, mentre di notte a catturare l’attenzione sono i locali adibiti allo street food e i Ruin Pub, ossia pub all’interno di edifici abbandonati e fatiscenti.

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Buda invece si può considerare come l’altra faccia della città, quella rimasta indietro nel tempo di secoli, quando ancora regnava la monarchia e il progresso tecnologico era ancora lungi dal venire. Le case popolari sono molto più piccole e modeste, mentre si innalzano castelli e palazzi, come la chiesa di San Mattia, dai tetti sgargianti e che sembrano essere ricamati con stoffe preziose. Tutt’intorno si respira un’atmosfera estraniata, magica, tanto da far pensare di essere all’interno di una favola disneyana.

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La linea che divide queste due parti non è composta solo di acqua. Vi si trovano infatti due isole: l’isola di Margherita (Margit-sziget), in cui è presente un bellissimo parco naturale pieno di attrazioni, come la fontana i cui spruzzi vanno a ritmo di musica, e l’Óbudai-sziget, che ospita lo Sziget Festival, uno dei più famosi festival musicali del mondo.

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Sebbene il Danubio divida Budapest in due zone, ognuna con le sue caratteristiche, le analogie sono più numerose delle differenze. Nel profondo possiedono le medesime qualità, seppur sotto diverse forme.
In primo luogo, si percepisce ovunque un senso di ordine, pace, serenità. La globalizzazione ha sicuramente provocato grossi cambiamenti, vedasi l’enorme quantità di locali in cui si mangia cibo di tutte le parti del mondo o gli edifici dalla conformazione tipicamente moderna, eppure manca, o quantomeno si presenta in forme più indebolite, quella velocità, quella sfrenatezza, quel movimento incessante che qualcuno potrebbe aspettarsi da una città del genere. Il traffico è regolare e non troppo assordante; si cammina per le strade senza problemi; le varie parti della città sono sapientemente collegate da vari mezzi come autobus, tram e metro; gli ungheresi, almeno nella maggior parte dei casi, sono persone educate e civili; la movida notturna è distribuita su tutta Pest in modo uniforme e poco invadente. Per non parlare poi di Buda, che, essendo più legata alla tradizione, sembra il rifugio perfetto per condurre una vita all’insegna della tranquillità. L’unico aspetto negativo è che in giro si trovano principalmente (e come è ovvio che sia) scritte in lingua ungherese, una lingua davvero complessa che all’orecchio fa pensare ad una fusione tra tedesco e giapponese, mentre l’inglese è presente in piccole dosi, il che può risultare d’ostacolo ai turisti stranieri.

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In secondo luogo, bastano pochi passi all’interno della città per sentire il forte senso degli ungheresi verso la loro nazione. Ovunque si trovano targhe e monumenti dedicati a personaggi illustri di qualsiasi campo e soprattutto alla rivoluzione anti-socialista del 1956, una tappa politica che ha segnato fortemente l’Ungheria e il suo popolo.

In terzo luogo, legato al secondo, Budapest è una città caratterizzata dalla grandezza. Un grandezza che si riscontra a prima vista già nel Danubio, nei ponti che collegano Buda a Pest, fino agli edifici, soprattutto i palazzi storici e della politica. Ad una grandezza fisica dovrebbe conseguire una grandezza qualitativa, quella del nazionalismo ungherese, invece non si sente mai davvero timore o inquietudine di fronte a quegli edifici, semmai una sensazione di stupore, meraviglia, estasi in alcuni casi, soprattutto quando il sole tramonta e l’intera città, compreso il fiume, si illumina. Un confronto che si può fare è con il Vaticano: entrando all’interno della sede del papa, oltre alla maestosità e al rapimento di fronte a così tante e colossali opere d’arte è impossibile non sentire anche la millenaria potenza del clero. La grandezza di Budapest invece è consapevole ma non superba. Anche quando dal ponte Margherita si vedono innalzarsi e affacciarsi sul Danubio il Parlamento e il Palazzo Reale, quasi osservassero e controllassero tutta la città, si rimane incantati più dalla loro bellezza che dalla loro potenza.

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Ne Le città invisibili di Italo Calvino Marco Polo descrive a Kublai Khan le città che dice di aver visto durante i suoi viaggi ma che in realtà vengono trasfigurate dalle sue parole in città fantastiche, meravigliose, ideali, frutto degli occhi e della mente dell’osservatore.

Gli occhi dello straniero sono occhi davvero affascinanti. Sono gli occhi di un viaggiatore, di un bambino, di un sognatore. Sono occhi che si stupiscono di tutto ciò che gli si mostra davanti, anche delle più minuscole sciocchezze. Sono occhi che cercano di contenere, metabolizzare, capire e assorbire nuove realtà ma molto spesso è troppo per loro e alla fine non possono far altro che lasciarsi andare e godersi gli istanti che scorrono come vengono. Sono occhi che dopo il viaggio ricostruiscono ciò che hanno scoperto fino a creare un altro luogo, diverso e connesso allo stesso tempo, esistente ed invisibile. Sono occhi che si emozionano.
Bisognerebbe guardare la realtà di tutti i giorni con questi occhi. Ci si può davvero stupire di ciò che normalmente si dà per scontato.

P.S.: Consiglio per l’ascolto: “Consolazione in re bemolle” dell’ungherese Franz Liszt, uno dei più importanti e influenti compositori della storia della musica.

Giuseppe Allegrini

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

Un commento su “Budapest: gli occhi dello straniero

  1. Bellissimo post. Mi è piaciuto molto leggerlo. Mi è venuta ancora più voglia di vedere Budapest! 😀 Buona serata. Rita

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