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Il caos delle schede per il voto all’estero

Il Day-After di un grande evento è sempre travagliato. La situazione in cui versa l’Italia è nebbiosa e poco chiara, dopo la vittoria del No al Referendum Costituzionale. Ma nella giornata di ieri, tra le tante situazioni che si sono venute a creare a causa dell’indizione della consultazione riguardo le modifiche della Costituzione, una delle più discusse è stata sicuramente quella relativa alla “Circoscrizione Esteri”.

BarNacka, assieme ad altri quotidiani, si è occupato del caso di Claudia Castellucci, 21 anni, latinense, studentessa di Comunicazione in Erasmus a Siviglia e della sua epica epopea per riuscire ad esercitare il suo diritto di voto dall’estero. Ma andiamo con ordine.

Il 25 settembre il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, indice la data in cui si svolgeranno le votazioni per il Referendum costituzionale. Da allora, gli aventi diritto risiedenti all’estero hanno 10 giorni per inoltrare, al proprio Comune di appartenenza, una richiesta di voto (con allegate le proprie generalità).  Claudia, attenendosi alla procedura, cerca sul sito del Comune di Latina un account, un indirizzo mail a cui inoltrare la propria domanda, ma non trova nulla che non sia la mail generale del Comune. Invia, e dopo giorni senza uno straccio di risposta chiede ad un suo parente di recarsi in Municipio per fare chiarezza. Si scopre l’esistenza di un altro account mail (sì indicato sul sito, ma senza alcun riferimento o informazione al voto all’estero) a cui bisogna inoltrare questo tipo di richieste.

Claudia scrive a questo nuovo account, da cui riceve immediatamente conferma. La sua scheda elettorale dovrebbe arrivarle circa due settimane prima del 4 dicembre. Tuttavia, questa scheda non le viene recapitata mai. Ella si mobilita e il 25 novembre scrive prima al suo comune, poi al Ministero degli Esteri, quindi al Consolato Italiano a Siviglia, il quale la indirizza all’Ambasciata Italiana, a Madrid. La studentessa scopre che l’Ambasciata ha già spedito la sua scheda elettorale, solo che l’ha inviata ad un indirizzo sbagliato. Cerca dunque di capire se forse sia stata lei a scrivere male il proprio indirizzo, ma presto scopre che è stata l’Ambasciata a trascriverlo erroneamente, senza neanche riportare (come invece ha fatto Claudia) il numero dell’appartamento, fondamentale nel servizio postale spagnolo.

Dopo avere rinviato all’Ambasciata la foto dei documenti di identità e la richiesta, domenica 27  la ventenne incappa nell’ennesimo contrattempo. Inviare una fotocopia dei documenti di identità o una foto degli stessi hanno medesimo valore legale. Non hanno tuttavia il medesimo “peso” in megabyte, poiché le foto sono molto più pesanti e così Claudia scopre che la posta elettronica dell’Ambasciata Italiana a Madrid non può ricevere mail superiori ai 10 megabyte. È dunque costretta ad inviare 3 mail diverse (fronte, retro ed interno del documento) per non arrivare a tale peso.

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Mercoledì 30 arriva il plico, con allegato certificato elettorale, tagliando elettorale in cui sono riportati zona geografica, il fatto che lei sia iscritta a un codice alfanumerico (che sembra richiamare le iscrizioni territoriali) e il fatto che lei sia iscritta all’elenco degli italiani all’estero, più le sue generalità e le istruzioni di voto. Tra le varie istruzioni, Claudia nota un curioso memento: “Spedire all’ufficio consolare […] in modo che arrivi entro e non oltre le ore sedici del 1’ dicembre”. Cosa significa? Come si fa a sapere quando bisogna spedire questo busta? Quali sono i tempi del sistema postale spagnolo? Non è meglio indicare un più prosaico “spedire entro data X”?

Lei si informa con l’ambasciata via mail su cosa succederà nel caso in cui la sua busta non dovesse arrivare a Madrid entro le ore sedici del primo dicembre e, per tutta risposta, le viene detto che in tal caso il suo voto sarà semplicemente distrutto.

Vanno fatte alcune considerazioni in merito alla vicenda:in primo luogo, avendo lei ricevuto la busta nella cassetta delle lettere, chiunque avrebbe potuto prenderla e votare per lei, dal momento che non c’è stata la firma di certificazione che effettivamente lei fosse la richiedente della scheda, cosa che avviene solo con la consegna a domicilio.

Poi, per ricevere il duplicato si deve firmare di non aver ricevuto il primo (dichiarando il falso si è perseguibile ai sensi della legge, a livello penale). Il problema circa la prima scheda inviata è che non si sa che fine abbia fatto. Non si sa quindi se, per assurdo, qualcuno abbia votato su quella scheda o no. Il problema che emerge è che anche se arrivassero più schede del dovuto all’Ambasciata a Madrid, e se ne rendessero conto, in che modo selezionerebbero quali tenere e quali no, se comunque sono tutte anonime?

Dulcis in fundo, lei potrebbe fotografare il suo voto (cosa assolutamente impraticabile al seggio) e utilizzare tale foto per i più disparati scopi.

Infine, è lecito chiedersi se non si debba rivedere il sistema di votazione all’estero (che vale tanto per i referendum, quanto per le elezioni), poiché quello che è successo a Claudia sarebbe potuto tranquillamente succedere a chiunque dei 4 milioni (QUATTRO MILIONI) iscritti all’A.I.R.E. che han fatto richiesta di voto (senza contare i nostri connazionali che, invece, sono temporaneamente risedenti all’estero). Ciò che si denota, poi, è un’evidente incapacità comunicativa da parte delle Istituzioni nei confronti dei votanti.

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