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Non si scherza

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Combattere organizzazioni, o meglio, stili di vita tanto potenti e duri a morire come la Camorra, sarebbe un arduo compito per chiunque. La discrezionalità delle modalità con cui si opera è fondamentale affinché tale processo faccia il suo corso senza che niente provi a fermarlo, o almeno ci riesca. La lotta alla Camorra è probabilmente cominciata in contemporanea con il suo nascere. Da allora molti hanno provato a contrastarla, combatterla, estirparla da una società da anni malata che troppo spesso continua a nasconderla, coprirla, sostenerla e idolatrarla.

Nel 2006 la Mondadori pubblica un libro scritto dal giornalista Roberto Saviano: Gomorra. L’opera, fatta di minuziose ricostruzioni delle modalità d’azione dei clan camorristici, riscuote subito un successo inaspettato con quasi due milioni e mezzo di copie vendute in Italia e altri 10 milioni venduti fuori dai confini, arrivando addirittura nel 2007 ad essere annoverata dal New York Times fra i 100 libri più importanti dell’anno. Un successo questo che porterà da lì a qualche anno alla vera e propria “scoperta” da parte di alcuni di quel mondo che fino a quel momento era rimasto nell’immaginario comune come dispotico, quasi estremamente lontano dalla realtà dei fatti: la Camorra. Bisogna infatti dare merito a Saviano di aver rivoluzionato non tanto il modo di guardare alla Camorra ma il modo di intenderla, di concepirla e di aver regalato una sorta di epifania a quanti non erano mai venuti a contatto con realtà di questo genere.

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Nel 2008 esce nelle sale italiane un film di Garrone, tratto dal romanzo di Saviano, ma la vera esplosione del fenomeno Gomorra si ha nel 2014, quando SKY produce e manda in onda Gomorra, la serie. In moltissimi si appassionano alla serie, specialmente i più giovani. In due stagioni le storie che nascono fra le vele di Scampia tengono incollati agli schemi milioni di telespettatori. Ma la cosa più interessante sarà il prosieguo di questa fidelizzazione. In tantissimi infatti iniziano sul web a scimmiottare modi di fare, di parlare, di relazionarsi, dei personaggi di Gomorra. Nasceranno di qui a poco molti numeri comici basati proprio sulla serie, che invaderanno televisione e social in contemporanea. Tutti ridono degli atteggiamenti di uomini di Camorra che avrebbero dovuto invece far nascere reazioni ben differenti (e senza dubbio ci sono riusciti; questo è solo un altra prospettiva da cui vedere le cose). Nel 2016 è praticamente impossibile non trovare in spettacoli di varietà, in programmi come Zelig, Colorado e format simili, su Facebook e su You Tube, riferimenti comici a questo mondo che fa paradossalmente “ridere”.

Strano, quasi impossibile da concepire come un soggetto del genere sia riuscito ad evolvere in questo modo. Probabilmente questo era l’ultimo dei risvolti che Saviano aveva considerato al momento di concepire la storia. Difficilmente, se gli avessero chiesto nel 2006 come pensava al suo romanzo fra 10 anni, sarebbe riuscito a prevedere una cosa del genere. Fatto sta che parte della viralizzazione del fenomeno Gomorra è dovuto alla comicità che vi si è costruita intorno.

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Ma ridere della Camorra è dissacrante o si rischia di sottovalutare il problema? Privando questo mondo di quell’aura di crudeltà ed efferatezza di cui si era circondata, si deride coscientemente o si corre il rischio di non dare il giusto peso a una realtà del genere?

Saviano in questa questione si è schierato apertamente a favore della comicità, sostenendo più volte la potenza eversiva della risata e di come essa possa rendere ancor più popolare una denuncia tanto grave fatta dallo stesso giornalista; l’autore di Gomorra ha infatti sottolineato come, sdrammatizzando e deridendo quei costumi “malati”, li si fa scendere da quel piedistallo sul quale ci eravamo abituati a porre la Camorra e le mafie in generale, privandoli di quella che è senza dubbio la loro arma più potente, la paura che riescono ad incutere a quanti giustamente la temono.
Ridere della Camorra aiuta ad affrontarla in pratica, a mettere in ridicolo quegli omuncoli che ogni giorno vivono in quella realtà distopica che viene legittimata dal modo in cui le persone la intendono, da come la guardano, da come sono abituati ad intenderla.
Bisognerebbe provare anche solo per un momento ad immaginare la faccia di un uomo di Camorra nel momento i cui vede un siparietto che banalizza, deride e provoca i suoi modi di fare. Che trasforma quella pistola con cui minaccia, in una caricata ad acqua, che anziché provocare morti suscita sorrisi. Non è forse quel suo sguardo allibito la nostra più grande vittoria? Non è forse quel vederlo lì, attonito, mentre il suo mondo si sgretola sotto i colpi del copione di uno sketch una soddisfazione impagabile? Teatri come carceri, applausi come manette, battute come pistole. Chissà che non sia proprio questa la nuova arma sociale per combatterli.

D’altro canto c’è però chi vede il rovescio della medaglia e non crede a questa generale sdrammatizzazione del concetto mafioso. Ridere di certi argomenti potrebbe far perdere di credibilità alla validità della denuncia. Banalizzare potrebbe far distogliere l’attenzione da un fenomeno sociale che non va sottovalutato o deriso. Così facendo la Camorra verrebbe ridotta a semplice soggetto teatrale, dimenticandosi così di quelle che erano state le intenzioni di principio del giornalista partenopeo. Questo processo che ha reso la Camorra “mainstream” quasi pop in alcuni momenti potrebbe, a lungo andare, correre il rischio di rendere estremamente difficile la focalizzazione sull’effettiva pericolosità di questa realtà. Insomma in alcuni casi potrebbe essere un aspetto positivo guardare alle mafie con estrema serietà e anche con un pizzico di paura, non in modo referenziale, ma comunque attento e distaccato, estremamente razionale e critico.

Probabilmente come al solito la verità sta nel mezzo. Quando Savino ha scritto il suo romanzo si era posto come obiettivo una denuncia che arrivasse a quante più persone possibile, che si facesse conoscere e sentire da tutti. Quello che il giornalista ha fatto è un qualcosa senza precedenti, una messa a fuoco dall’interno di questa organizzazione, un portare alla luce questioni e aspetti che la maggior parte di noi nemmeno conosceva. Quante volte nel corso della storia si è cercato di trovare una risposta a questo tipo di criminalità? Quante volte si è cercato di trovare una soluzione, un’arma abbastanza potente da debellare questo male che affligge il nostro popolo da tanto, troppo tempo?

C’è una differenza fra ridere e sorridere. È pericoloso sorridere pensando alla Camorra, perché questo implicherebbe una sottintesa accettazione della sua esistenza e di conseguenza la rassegnazione che rappresenti un qualcosa di talmente radicato da essere impossibile da distruggere. Sarebbe insomma una sorta di sorriso amaro. Ridere però, questa è tutta un’altra storia. Ridere vuol dire schernire, vuol dire non prendere più sul serio, vuol dire ridicolizzare, vuol dire ferire, vuol dire uccidere, ucciderli magari. Ridere significa non avere più paura.

Per finire, bisognerebbe ridere e riderne; in fin dei conti è così semplice, basterebbe capovolgere uno dei proverbi napoletani più famosi di sempre: “chi rir fott a chi chiagne”.

Giuseppe Nasta

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