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La città dalle sognanti guglie – Pitt Rivers Museum

oxford

Al mondo ci sono delle città che hanno acquisito fama nel tempo grazie a delle loro caratteristiche peculiari di genere architettonico, artistico o storico. Data l’innata esigenza umana di semplificare la realtà che ci circonda, si è tanto radicata nel senso comune la sostituzione del nome di queste città con il loro tratto distintivo al punto tale da non aver più bisogno di pronunciare il primo. Per esempio ci sono espressioni a noi molto famigliari come: “la città che non dorme mai”, “la città dell’amore”, “la città tra le nuvole” o “la città eterna”, che riescono a condurci immediatamente con il pensiero a New York, Parigi, Dubai e Roma senza bisogno di ulteriori dettagli.
Analogamente esistono molte altre città che vantano denominazioni originali ed uniche ma un po’ più sconosciute. Molte volte questi luoghi sono dei piccoli gioielli custoditi a pochi chilometri dalle grandi e ferventi metropoli, in paesaggi ameni e tranquilli che negli anni hanno disteso gli spiriti ed elevato la mente umana, che ha cercato di descriverli cercando le parole migliori. Questo è accaduto per la così detta “City of dreaming spires” (“Città dalle sognanti guglie” appunto), espressione usata per la prima volta dal poeta e critico letterario inglese Matthew Arnold, il quale durante una sua passeggiata rimase colpito dall’architettura dorata, maestosa e solenne della città di Oxford.

Oxford, situata nella contea chiamata Oxfordshire dell’Inghilterra sud-orientale, è sempre stata un punto di connessione tra menti eccelse, creative, stravaganti e devote ad interessi molto diversi tra loro, uniti sotto la sua egida. Infatti tra i suoi storici cittadini è in grado di vantare, gli scrittori Lewis Carrol, C. S. Lewis e J. R. R. Tolkien (questi ultimi, per esempio, erano compagni di bevute al Eagle and Child pub), J. K. Rowling, gli attori a noi contemporanei Emma Watson e Hugh Laurie e ancora il poeta e scrittore John Wain e la band Radiohead.
Questa città può essere considerata, senza dubbio, un ambiente fertile in cui artisti e grandi storytellers, in grado di immaginare ed esprimere i propri sogni in maniera eccezionale, hanno saputo da sempre, ritrovarsi per dare vita ad alcune delle narrazioni più fantasiose che conosciamo.

Infatti, anche se si trova a poco più di un’ora dall’affollata capitale inglese Londra, questa città assomiglia più a un piccolo scrigno chiuso, rimasto esteticamente immutato nel tempo (per questo si presta oggi a set cinematografico di numerosi film) con la sua aurea intellettuale di sacralità, imponenza e raffinatezza. Allo stesso tempo Oxford, culla di saggezza e di forte resilienza, ha saputo adattarsi ai cambiamenti dell’era moderna diventando una città industriale e cosmopolita in grado di attrarre persone da tutto il mondo, che ambiscono a studiare nella più antica e prestigiosa università del Regno Unito, tutt’ora al primo posto della classifica del The Times Higher Education World University Rankings.
L’educazione impartita a Oxford si ispira all’antico motto latino “Fortis est veritas” ovvero “La verità è forte”. “Veritas” con l’accezione di autentica evidenza, da ricercare sempre attraverso l’esperienza e lo studio per costruire una cultura poliedrica, che viene custodita da secoli nelle biblioteche, nelle università e nei vari e numerosi musei della
città.

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La convivenza di queste due anime di Oxford (la vocazione culturale e intellettuale e l’essenza cosmopolita) viene riassunta e rappresentata splendidamente dal Pitt Rivers Museum, essendo questo sia un museo, che mostra una collezione archeologica e antropologica dell’University of Oxford, sia un’istituzione di insegnamento e ricerca.
È stato fondato nel 1884 dal Generale Augustus Pitt Rivers, figura influente in archeologia e antropologia, che ha donato la sua collezione all’Università di Oxford a condizione che fosse istituita una cattedra permanente di antropologia; tutt’oggi lo staff del museo è coinvolto con passione nell’insegnamento di Archeologia e Antropologia alla suddetta Università. Il primo curatore del museo fu Henry Balfour, il quale scrisse molte delle descrizioni tutt’ora esposte riguardo a tanti oggetti individuali. La costruzione dei tre piani dell’edificio che ospita la collezione iniziò nel 1885 e fu portata a compimento nel 1886.
La collezione originale consisteva in 22.000 oggetti, successivamente cresciuta nel tempo grazie alle donazioni di viaggiatori, studenti e missionari fino ad arrivare alla strabiliante cifra di circa 500.000 voci tra manufatti, fotografie, suoni, film e un archivio sonoro. Il museo cambia periodicamente l’esposizione degli oggetti, che è nota per colpire i visitatori e lasciarli stupefatti e in soggezione di fronte a tale grande densità di utensili, in gran parte sconosciuti.
Inoltre sul sito del Pitt Rivers Museum troviamo una rubrica mensile
 che si occupa di descrivere l’origine, la storia e la funzione di un oggetto prescelto dalla collezione. Per il mese di dicembre è stata selezionata una Pietra Ollare, di origine italiana.

La vera peculiarità di questo museo è però l’organizzazione della collezione in modo tematico, invece di rispettare un ordine cronologico o un criterio geografico (cosa molto più comune in musei simili), qui l’ordine degli articoli segue il criterio della funzionalità. Infatti molte delle vetrine/teche contengono esempi di particolari artefatti, mostrando le variazioni storiche e regionali dello stesso oggetto, la spiegazione riguardo al problema a cui poneva rimedio e come veniva usato dalla popolazione di origine. Questa scelta risiede nella volontà dello stesso Pitt Rivers di mostrare la progressione storica nello stile e nel design di alcuni che sono oggetti di nostro uso quotidiano come: strumenti musicali, vestiti, calzature, armi, maschere, gioielli eccetera…
Tra gli articoli più celebri della collezione troviamo le così dette “Tsantsa” o “Shrunken heads”, letteralmente “Teste rinsecchite” secondo un rituale religioso delle popolazioni indigene del Rio delle Amazzoni che voleva sia imprigionare lo spirito nemico, così da interiorizzarlo e accrescere la forza personale, sia rimpicciolirlo e annientarlo come monito per gli aggressori. Questo rituale può apparire orrifico e molto distante dalla nostra cultura ma, in realtà, offre una grande possibilità di riflessione antropologica, in quanto il significato di questa pratica è riconducibile al desiderio umano universale di annientare e scacciare le proprie paure, tenere a bada i propri demoni e competere con il nemico.
Questo museo raccoglie, quindi, molto più di una vastissima collezione di oggetti provenienti da tutto il mondo o un affastellarsi di culture diverse, offre qualcosa che poche altre volte possiamo avere di fronte: la rappresentazione unica di come problemi e ostacoli, che a volte possono apparire individuali e insormontabili, si manifestano in realtà ciclicamente in popoli e luoghi diversi e ricevono interpretazioni variegate e soluzioni molteplici e affascinanti.

Quello che Pitt Rivers voleva trasmettere è l’evidenza, che si ha immediatamente visitando questo museo, di come differenti culture hanno cercato di controllare attraverso rituali, pratiche culturali comunitarie o artigianali, le paure e le speranze che caratterizzano la vita umana e la morte in maniera universale.

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Elisa Invernizzi

Sito del museo: https://www.prm.ox.ac.uk/

Entrata gratuita.
Pitt Rivers Museum
South Parks Road
Oxford
OX1 3PP
Orari di apertura: 10.00 – 16.30 da martedì a domenica, 12.00 – 16.30 lunedì.

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