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​ILVA – Una dicotomia tra lavoro e salute

Con il nome della originaria azienda fondata nel 1905, l’ILVA è nata a fine anni ’80 sulle ceneri della dismessa e preesistente Italsider. Nel corso del ventesimo secolo si è affermata sempre più come società leader nel settore della siderurgia, arrivando a diventare il maggiore complesso in tutta Europa per la produzione e la lavorazione dell’acciaio, con ben 6 unità produttive presenti sul territorio nazionale italiano.
Di queste, lo stabilimento più importante è quello di Taranto: inaugurato nel 1965, genera la maggior parte degli indotti dell’azienda (negli anni 80 arrivava addirittura al 79%). Esteso su 15 milioni e mezzo di metri quadrati di superficie e situato a ridosso del quartiere Tamburi della cittadina pugliese, conta ben 12 mila dipendenti.

L’ILVA di Taranto é un elemento chiave per l’economia della zona, in quanto, oltre a creare molta occupazione, genera da sola il 75% del PIL della città: un polo importante che, tuttavia, ha compromesso da tempo l’ecosistema circostante, inquinando aria, mare e falde acquifere, con conseguenze devastanti sulla salute della popolazione locale.

A tal proposito, sono state condotte diverse perizie, chimiche ed epidemiologiche, tra cui, nel 2010, una molto approfondita ad opera della Procura di Taranto. In essa vengono ripetutamente evidenziate quantità spropositate di sostanze nocive all’interno delle emissioni dello stabilimento: polveri sottili, PM10, benzoapirene e, in particolar modo, diossine, le cui emanazioni sono state progressivamente ridotte negli ultimi anni solo grazie alla cosiddetta legge “anti-diossine” del 2008, che ha ne ridefinito i limiti consentiti (0,4 nanogrammi per metrocubo), ma che ancora rappresentano il 25% di quelle totali nazionali (dati INES, Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti).

Nonostante i miglioramenti avvenuti recentemente, quindi, le conseguenze sull’ambiente limitrofo allo stabilimento appaiono disastrose: in un raggio di 20 km dall’impianto le attività di allevamento e agricoltura sono vietate per rischi di avvelenamento da diossina, che rappresenta, dunque, un grosso ostacolo per tutte le aziende della zona che lavorano nel settore zootecnico o della miticoltura. E i danni ambientali, ormai, sono irrecuperabili a meno di interventi seri di risanamento e bonifica.

Le condizioni di salute della popolazione tarantina, poi, sono ancora più gravi.

La perizia epidemiologica della Procura di Taranto, infatti, si conclude con un’affermazione che sintetizza quella che è la situazione sanitaria dell’area ionico-pugliese:

 

 

 

 

 

“L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e decesso”.

 

I dati forniti dalla perizia mostrano come dal 2003 al 2010 ci siano state 11 550 morti in città (che conta 200 mila abitanti), 1 650 all’anno, per malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori maligni attribuibili ai superamenti dei limiti di PM10 consigliati dall’Organizazzione Mondiale della Sanità (20 microgrammi a metro cubo).

Nel solo quartiere Tamburi, invece, abitato da 20 mila persone; i decessi sono stati in tutto 637, per una media annua di 91.

Numeri spaventosi, che assumono ancora più importanza e rilievo se confrontati con quelli regionali e nazionali.

Un report dell’Istituto Nazionale della Sanità del 2009, analizzando i trend temporali della mortalità nell’arco del trentennio 1980-2008 nel SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Taranto, in Puglia e in Italia, é giunto alle seguenti considerazioni conclusive:

 

 

 

 

 

“Nel nostro paese è in atto ormai da varie decadi una complessiva diminuzione della mortalità, che si riflette nel noto fenomeno dell’aumento dell’attesa di vita, e ciò si riverbera anche sulla popolazione residente nel sito di Taranto, per la quale, tuttavia, il quadro rimane sempre assai critico. Infatti, si osservano in essa tassi di mortalità significativamente superiori alla media regionale per la quasi totalità del periodo e delle cause esaminate, in entrambi i generi, e superiori anche alla media nazionale per ampi periodi e per cause molto rilevanti, in particolare tra gli uomini”.

 

Nel Marzo 2012, la gravità di tali valutazioni, effettuate dalla Magistratura di Taranto e dall’Istituto Nazionale della Sanità, ha spinto l’allora ministro dell’ambiente del governo Monti, Corrado Clini, ad aprire una procedura AIA (autorizzazione ambientale integrata) con l’obiettivo di risanare lo stabilimento, prevedendone la riduzione della produzione siderurgica e delle conseguenti emissioni, la copertura dei parchi minerari (per prevenire la diffusione di polveri sui rioni circostanti della città), la fermata degli impianti a maggiore impatto ambientale e l’ambientalizzazione degli altri.

Il 26 luglio successivo, poi, un Protocollo firmato da diverse parti (Comune e Provincia di Taranto, Regione Puglia e Ministero dell’Ambiente) ha portato all’emanazione di un decreto che ha stanziato fondi per il risanamento e il rilancio della zona cittadina.

Parallelamente a tutto ciò, tuttavia, l’ILVA e i suoi dirigenti sono stati investiti da una bufera giudiziaria: nello stesso luglio del 2012, il GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area dello stabilimento, vincolandolo alla sua messa a norma, e gli arresti dei massimi dirigenti dell’ILVA, tra cui Emilio Riva, presidente della società fino al 2010, suo figlio Nicola, succedutogli nella carica, e Luigi Capogrosso, direttore dell’unità produttiva tarantina. Nell’ordinanza del GIP si legge:

“Chi gestiva e gestisce l’ILVA ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

Inizialmente confermato dal tribunale del Riesame di Taranto, il provvedimento di sequestro degli impianti siderurgici è stato ribaltato da una legge parlamentare nel dicembre 2012, ma in seguito alle inadempienze della società alle richieste di ambientalizzazione della procedura AIA, lo stabilimento è stato commissariato dal governo Letta nel maggio 2013 e affidato ad Enrico Bondi, dirigente italiano con grande esperienza nel risanamento di imprese in crisi (tra cui Montedison e Parmalat).

Attualmente, l’ILVA si trova in stato di amministrazione straordinaria, una procedura concorsuale in cui cordate imprenditoriali diverse si trovano in concorrenza per rilevare un’azienda, che ha una finalità conservativa del patrimonio dell’impresa, mirando al suo recupero e ad evitare che venga perso un gran numero di posti di lavoro. Tra le varie parti in corsa al momento, chiunque vincerà avrà a disposizione oltre un miliardo di euro per le misure ambientali, eredità della gestione Riva sbloccata dalla magistratura.
Lo stabilimento, quindi, é apparentemente salvo, pronto a far crescere nuovamente la propria produzione nella speranza di una maggiore sostenibilità ambientale rispetto al passato, continuando a sfamare decine di migliaia di famiglie della zona, possibilmente senza falcidiarne altrettante. Le recenti e approfondite perizie epidemiologiche parlano chiaro: il rischio da correre è troppo alto e, in nome del profitto di pochi, si è già pagato abbastanza in termini di vite umane.

Ma la domanda su cosa sia più importante, tra lavoro e salute, ha già ricevuto una risposta dalla popolazione tarantina. Il 14 Aprile 2013, infatti, si è svolto un referedum comunale che ha messo 173 mila elettori di fronte al seguente quesito:

“Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché quella dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’acciaieria ILVA?”.

Se le percentuali votanti SI e NO sono state rispettivamente dell’81% e del 19%, il quorum del 50% non è stato raggiunto in quanto solo il 20% degli aventi diritto si è presentato alle urne.

Una scelta sicuramente difficile e sofferta, perchè la salute non è in vendita. Ma in una città dove l’ILVA, come già detto, contribuisce al PIL cittadino col 75% e dove o si lavora allo stabilimento o si rischia di non lavorare proprio, protestare non è un lusso alla portata di tutti.

Se è assodato, quindi, che l’inquinamento è gravissimo e irreversibile a meno che l’impianto non venga chiuso (o che i fondi stanziati per le operazioni di bonifica e risanamento vengano usati con giudizio); è altrettanto vero che la disoccupazione di migliaia di persone non potrebbe essere assorbita. La città, purtoppo, non ha un’alternativa economica pronta e immediata, e diverse risorse del territorio sono rimaste inespresse o, peggio ancora, sono state irrimediabilmente compromesse dalle attività dell’acciaieria.

Andrea Mancuso 

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