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Anthony’s addiction: take it on the otherside

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Essere un tossico è semplice.  Non è affatto semplice essere uno dei più grandi chitarristi di sempre o un grande scrittore”.

L’autore di questa dichiarazione, rilasciata qualche anno fa ad una rivista statunitense, è Anthony Kiedis, cantante, co-fondatore e frontman storico dei Red Hot Chili Peppers.

Anthony è stato (ed è tuttora) la grande penna che si cela dietro i testi della rock band californiana, con un passato trascorso per lunghi tratti sotto la maledizione della tossicodipendenza: possiamo dire, quindi, che in vita sua sia riuscito in entrambe le imprese di cui sopra, semplici o difficili che siano state.

Kiedis nasce nel 1962 a Grand Rapids, Michigan, e, dopo vari trasferimenti in seguito al divorzio dei genitori, a 11 anni si stabilisce a Los Angeles, dal padre John.

Proprio durante gli anni di convivenza con lui, spacciatore e abituale consumatore di droghe, comincia a sperimentarle: all’età di 14 anni marijuana, cocaina ed eroina non sono più una novità per lui. Anthony, quindi, entra ben presto nel tunnel della tossicomania, uscendone e rientrandovi a più riprese, per poi disintossicarsi definitivamente solo nel 2000: un tormento costante  che ha avuto grande influenza sul contenuto delle sue canzoni, evidenziandosi come tema ricorrente e in continua evoluzione.

Attraverso quattro brani di quattro album diversi dei Red Hot Chili Peppers, allora, ecco le loro vicissitudini e quelle di Anthony Kiedis.

Under The Bridge (Anno: 1991, album: Blood Sugar Sex Magic)

Testo e sua analisi

Under The Bridge è una delle prime canzoni dei Red Hot dove viene sperimentata la melodia, dopo anni di puro funk aggressivo e tagliente: una ballata malinconica che parla della tossicodipendenza di Anthony, dei suoi tentativi di superarla e del prezzo da pagare per liberarsene.
Nel 1991 Kiedis non fa uso di droghe da circa tre anni. Nel 1988, infatti, Hillel Slovak, chitarrista della band, è morto per overdose di eroina, turbando fortemente gli animi del gruppo e portando Kiedis alla decisione di rinunciare all’utilizzo di qualsiasi sostanza stupefacente: una scelta che lo ha però portato ad allontanarsi progressivamente dagli altri, soprattutto da Flea, il bassista, e John Frusciante, nuovo chitarrista entrato in sostituzione di Slovak, che continuano a fumare abitualmente marijuana o anche a farsi di droghe più pesanti. Anthony, così, si sente isolato e messo ai margini da quelli che, prima che colleghi, sono soprattuto amici, trovando nella città di Los Angeles l’unica buona compagnia e trascorrendo la maggior del proprio tempo a girovagare per le sue strade.
Così recita l’inizio della canzone:

Sometimes i feel like my only friend is the city i live in, the city of angels
Lonely as i am, together we cry
I drive on her streets cause she’s my companion
I walk through her hills cause she knows who i am”

La solitudine in cui versa è qualcosa di molto doloroso, ma allo stesso tempo necessario. I giorni passati a bucarsi sotto al ponte losangelino dove spesso si recava gli hanno rovinato la vita. Da qui il titolo della canzone:

Under the bridge downtown is where i drew some blood
Under the bridge downtown i could not get enough
Under the bridge downtown forgot about my love
Under the bridge downtown i gave my life away”

E per nulla al mondo tornerebbe alla magra esistenza di prima:

“I don’t ever wanna feel like i did that day”

Otherside (anno: 1999, album: Californication)

Testo e sua analisi

Otto anni dopo l’uscita di Blood sugar sex magic, diverse cose son successe: John Frusciante ha lasciato e ripreso la band, mentre Kiedis, dopo un lungo periodo di astinenza conclusosi nel 1994, e nonostante tutti i “buoni propositi” espressi in Under the bridge, è rientrato nel tunnel della droga, questa volta con conseguenze ancor più gravi per la propria salute fisica e mentale.
Da questa nuova esperienza di tossicodipendenza e dal ricordo ancora intenso della morte di Hillel Slovak, Anthony Kiedis attinge le parole di Otherside. Tradotto letteralmente, è “l’altro lato”, una metafora interpretabile sia come il tentativo di tornare ad una vita normale e libera da qualsiasi droga, sia come la morte, vista come unico modo per sfuggire ad un’esistenza di dolore e sofferenza.
Il cantante californiano si chiede per quanto tempo ancora continuerà a scivolare lentamente verso una fine misera (“How long how long will I slide”) e se mai riuscirà a liberarsi da tale giogo (“Centuries are what it meant to me”). Nemmeno una visita al cimitero dove è sepolto il vecchio amico Slovak e la chiara evidenza di dove possono condurre le droghe potrebbero convincerlo a farne a meno:

A cemetery where i marry the sea
Stranger things could never change my mind
I’ve got to take it on the otherside”

Kiedis, quindi, lascia spazio all’idea che raggiungere “l’altro lato” sia l’unica via per smettere di soffrire. Il  video musicale della canzone stessa pare suggerire la medesima cosa: un uomo visibilmente provato si trova all’interno di quello che sembra essere un ospedale e, dopo aver vanamente combattuto contro mostri di varia natura, finisce per soccombere precipitando giù per un burrone.
La tossicomania tiene Anthony in pugno quasi come un’amante possessiva, di cui egli si definisce “puttana” (slut). Ogni volta che ne riceve il malefico richiamo, non può che rispondere presente:

“She wants to know i’m still her slut
I’ve got to take it on the otherside
Scarlet scarlet and she’s in my bed
A candidate for my soul mate bled”

Dosed (anno: 2002, album: By the way)

Testo e sua analisi

Dopo aver raggiunto la massima intensità di ‘addiction’ sul finire degli anni ’90, nel 2002, anno di pubblicazione dell’album By the way, il frontman dei Red Hot si è completamente ristabilito grazie ad un programma intensivo e definitivo di disintossicazione.
Nel singolo Dosed riflette sì sul suo passato abuso di droghe, ma con un tono ben diverso da prima: non più disperato, quasi in attesa di una morte catartica, quanto, piuttosto, pieno di rimorsi e rammaricato per gli anni persi.
Kiedis è ora totalmente pulito. Guardandosi indietro, però, non può non ammettere che, nonostante l’enorme sofferenza in cui versava a causa della propria dipendenza, la scelta di continuare a bucarsi fosse solo ed esclusivamente sua. Una scelta dettata dall’incapacità di continuare a sostenere una realtà troppo pesante, dal bisogno di evaderne e dalla conseguente ricerca di estremi, ma transitori, momenti di euforia.

Take it away i never had it anyway
Take it away and everything will be okay
[…]
This is the way i wanted to be with you
This is the way that i knew that it would be with you”

The Hunter (anno: 2016, album: The Getaway)

Testo e sua analisi

Anno 2016. La band è arrivata al suo undicesimo album in studio, The Getaway. “To get away” siginifica “allontanarsi”. E in effetti, il nuovo lavoro del gruppo californiano presenta delle sonorità completamente nuove rispetto al passato: non più un funk tagliente e abrasivo come quello degli esordi, ma un rock melodico e soft come mai sperimentato in precedenza, che sfocia in musicalità pop molto sfumate grazie a nuovi effetti sonori usati per la chitarra e all’aggiunta del pianoforte di Flea (fin da I’m with you, in realtà, ultimo album prima di The Getaway), inizialmente solo bassista. Ma The Getaway, scritto per intero, va tradotto con “via di fuga”.
The Hunter ne è l’esempio migliore. Un’atmosfera musicalmente sbiadita e dissolta fa da sfondo a un testo che affronta due argomenti molto cari a Kiedis: il rapporto turbolento con il padre e, ancora una volta, la tossicodipendenza che lo ha tenuto sotto scacco per gran parte della sua gioventù. Ora, il cantante di Grand Rapids le è sfuggito definitivamente. E non è più così giovane. Arrivato alla soglia dei 54 anni e padre di un figlio di nome Everly Bear, si trova a riflettere sul tempo e sull’avanzare dell’età:

“Woke up this morning like i always do, i still like to think that i’m new
Time just gets its way, strawberries left to decay

Ma il pensiero principale ruota attorno alla figura del padre:

Even though you’re crazy you will never be a bother
You’re my Old Man in the Sea”

La considerazione che Anthony ha del padre John é positiva: egli non sarà mai una preoccupazione (a ‘bother’) per lui. Al contrario, lo definisce “il mio vecchio uomo nel mare”: un chiaro rimando al protagonista de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, al quale il papà viene accostato per le virtù di coraggio, umiltà e speranza.
In un’intervista concessa al TheSun, tra l’altro, ha rilasciato questa dichiarazione:

So che qualsiasi cosa mio padre abbia fatto mi ha voluto bene, alla sua maniera. Il fatto che il rapporto con mio figlio sia così intenso e positivo mi spinge a perdonare mio padre. Ora posso guardarmi indietro e dire di apprezzare l’educazione che ho ricevuto”.

Kiedis, ormai lontano nel tempo, nel corpo e nello spirito da qualsiasi dipendenza, sembra dunque essere capace di perdonare il proprio genitore per gli errori commessi quarant’anni prima e di rivalutare in meglio l’affetto che li lega.
Grazie ad una via di fuga, l’altro lato è stato finalmente raggiunto. Ed è quello positivo.

Andrea Mancuso

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