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Ring The Bell

Lo sport ha sempre rappresentato uno splendido artificio retorico per quanto riguarda il cinema. La settima arte ha cercato di catturare ogni tipo di istantanea relativa al mondo sportivo, dove ogni corsa, ogni incontro, ogni partita può diventare una perfetta metafora della vita.

Personalmente amo i film che raccontano storie di sport purché si concentrino sulla psicologia del protagonista, sulle sfumature emotive di un uomo che è costretto a vincere sempre di più perché man mano che acquista fama perde le sue caratteristiche carnali e si trasforma in una leggenda.

Lo sport è un arte individuale, anche quando giocato in squadra: ogni atleta, al momento dell’Atto, quando tutto si decide, è da solo. E da certe dinamiche di gioco, finiscono per rappresentare una vita intera.

Questi sono i presupposti da cui siamo partiti per raccontare quello che state per leggere. Di tutti gli sport, il cinema ne ha infatti sempre privilegiato uno: la boxe. Il pugile vive senza compromessi ed è fatto di contraddizioni. Esistono boxer tecnici, ma principalmente chi incrocia i guantoni dà tutto se stesso fino all’ultima goccia di sangue.

Inoltre, la storia quando si annoia si mette a giocare con le coincidenze, quindi non è un caso che molte delle vite che scorrono sul ring da pugilato sembrano quasi intrecciarsi: rette parallele che si sfiorano e si raccontano attraverso le similitudini di un’esistenza passata a combattere, chi per sconfiggere i propri demoni, chi per conquistare una donna, chi semplicemente perché è arrabbiato con il mondo e tutto sommato sferrare un pugno dopo l’altro sembra un’onesta maniera per mettersi in pari.

Ci siamo divertiti a trovare qualche similitudine nel mondo cinematografico della boxe, creando un percorso che sfrutta l’ultimo film a tema (Bleed) per poi risalire fino a Toro Scatenato, un cult assoluto. In mezzo, The Fighter e Creed, l’ultima fatica di Sylvester Stallone.


Toro Scatenato e Bleed rappresentano meravigliosamente il peso dell’ancorarsi a se stessi per sconfiggere il destino: La Motta è distrutto da un continuo conflitto interiore tra l’amore per i propri cari e la sfiducia negli stessi, sindrome da paranoia dovuta ad una vita di eccessi. De Niro interpreta quindi un personaggio che deve lottare principalmente contro se stesso e i suoi limiti, la sua concezione distorta dei rapporti umani e un incostante senso di Niente che lo assale anche quando è Campione del Mondo.


Il protagonista di Bleed, Vinny Pazienza, invece è semplicemente ostinato. Non molla di un centimetro, è eccentrico e non vede altri sbocchi nella sua vita se non quella del pugilato. Tant’è che dopo l’incidente non vuole tornare a camminare, ma a combattere: “Non paro i colpi, la mia difesa è sferrare pugni in attacco” sarà sempre la sua filosofia.


La Motta e Pazienza sono timonieri di una nave in mezzo alla tempesta che dondola pericolosamente in balia delle onde, fino a sfracellarsi sulla costa. E lì dove non sembra esserci via d’uscita, la forza dell’uomo che sa dove cercare se stesso. LaMotta, dopo aver perso la moglie e il fratello per i suoi attacchi di gelosia, non ha più niente da chiedere alla vita, mentre Pazienza è dato per spacciato, ma conserva un’integrità morale che lo porterà a combattere di nuovo.


di Marco Lo Prato


Se Bleed e Toro Scatenato hanno come protagonisti Vinny Pazienza e Jake LaMotta, furiosi capitani del proprio destino, invece in The Fighter e Creed i personaggi principali non agiscono da soli ma si muovono quasi sempre in coppia. Inizialmente ignorano il proprio cammino o lo hanno smarrito, credono di non aver più nulla da dare o si illudono di essere ancora qualcuno cercando di continuare a cavalcare l’onda del successo passato, un’onda che ormai non c’è  più. 
Gira tutto intorno ad un legame di tipo maestro-allievo e/o fratello maggiore-fratello minore. Questo legame non è però unidirezionale e a tratti i ruoli s’invertono. Il maestro/fratello maggiore non è mai nella posizione di privilegio o vantaggio assoluto, di conseguenza l’allievo o fratello minore non è mai solo un apprendista ma col tempo si rivela essere il vero protagonista.

Ma veniamo ad un’analisi delle singole coppie. Partiamo da Creed, spin-off della saga di Rocky.

Protagonisti sono Adonis Creed e Rocky Balboa. Da una parte abbiamo il figlio dell’Apollo Creed che fu, dall’altra parte abbiamo un ormai stanco Stallone Italiano.

Il loro rapporto, come deve essere per un film di formazione,  parte in salita, Rocky è reticente ad accettare la richiesta di Adonis poiché si reputa ormai completamente fuori dal mondo della boxe, ma il figlio non riconosciuto di Apollo non molla ed insiste, questo suo modo di fare ed il legame che c’era con il padre, spinge Rocky a cedere e a diventarne il mentore e allenatore.

Con lo sviluppo della storia, a seguito di una pesante scoperta, è Adonis a dover aiutare uno stanco Balboa e qui avviene un’inversione di ruoli, il figlio di Apollo continua ad allenarsi per conto suo e contemporaneamente si prende cura di Rocky, il quale, in linea con il suo essere, all’inizio nasconde il pesante fardello che lo affligge, ma la sua testardaggine viene superata ed è così che viene convinto a prendersi cura di sé e a continuare a lottare. Entrambi quindi, chi sul ring e chi nella vita, incassano i colpi ma continuano a rialzarsi, non rimanendo mai soli a terra, schiacciati dal peso della vita.

Per quanto riguarda The Fighter, esempio perfetto di come nessun individuo si salva da solo, la coppia protagonista è formata invece da due fratellastri, il maggiore Dicky, sporco, confuso, chimicamente stravolto ed il minore Micky, ingenuo, speranzoso e determinato.

Il maestro o fratello maggiore, in questo racconto, è colui il quale ha perso il cammino, una volta trionfante nel mondo della boxe, ora messo al tappeto dalla tossicodipendenza. S’illude di essere ancora una leggenda nella sua città, quando in realtà i suoi concittadini vedono in lui solo un’ombra di quel passato.

Nonostante queste avversità Dicky prende sotto la sua ala Micky, il quale, più giovane e vigoroso, vuole sfondare a sua volta nel mondo della boxe, ma il fratellastro non riesce a disincantarsi dal proprio ego ancorato al passato e quindi continua a focalizzarsi maggiormente su di sé al posto di far crescere il fratellino, il quale da tutto questo ne esce privato di quella sicurezza ed autonomia necessarie per riuscire nel pugilato e nella vita.

Un punto di svolta decisivo, che non lascia libertà a Dicky, metterà distanza tra lui e Micky, grazie a ciò quest’ultimo riesce a focalizzarsi a pieno sul suo obiettivo e ad ottenere la partecipazione ad un importante incontro. Nel finale Micky, ormai vero protagonista della storia, non tiene più Dicky a distanza e così maestro e allievo, fratello e fratello, tornano uniti.

In conclusione, ricalcando in parte le parole d’apertura, i film sulla boxe vivono del rapporto privilegiato dell’uomo che sale sul ring per combattere se stesso, i suoi limiti,  i suoi demoni e schiantarli contro l’avversario. Così facendo il cinema aiuta il pugilato ad aumentare la sua aura mistica che si percepisce davanti all’osservare un incontro, che non avviene solo tra due pugili, ma tra due emisferi dello stesso pianeta.

Amedeo Daniele

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