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Valentina Argía Socievole, fotografare la poesia.

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Era un pomeriggio di Marzo, i primi raggi di sole iniziavano a riscaldare l’aria della mia città: ci trovammo seduti a un tavolino del Caffè Letterario Rodaviva di Cava de’ Tirreni, un piccolo bar dall’aria bohème incorniciato nei secolari portici della città. Era la prima volta che incontravo personalmente Valentina e, chiacchierando con lei, ho avuto subito l’impressione di vedere nei suoi occhi i colori tenui delle sue fotografie e di percepire nelle sue parole la profondità che attraversa ogni suo scatto. Queste minuziose caratteristiche mi hanno incuriosito sempre più, così come l’influenza esercitata dal suo bagaglio culturale e sentimentale sulle sue fotografie e di come il suo percorso la stia aiutando ad emergere nel variegato e competitivo mondo della fotografia.


Parlando con lei mi è venuta in mente una frase di Dorothea Lange, grande fotoreporter americana, che diceva: “Non è accidentalmente che un fotografo diventa un fotografo, come un domatore di leoni diventa domatore di leoni”. Ed è proprio questa l’impressione che si ha nel guardare le foto di Valentina Argìa Socievole, in esposizione con Inesauribile Segreto dal 23 marzo al 23 Aprile nella Club House del Tennis Club “Petrarca”, una mostra dedicata all’Ex Carcere di Terra Murata a Procida.

Valentina è diplomata al liceo classico, con una successiva formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli, e guardando le sue opere emerge la raffinata formazione umanistica e artistica, dalla pulizia dei dettagli ai tagli delle sue fotografie. Grazie a lei l’osservatore viene colpito dall’impatto del degradante abbandono dell’ex Carcere e può quasi scorgere le suggestive ombre di coloro che vivevano quei luoghi.

BarNacka ha avuto la possibilità di ammirare le opere di questa promettente fotografa e di scambiare due chiacchiere riguardo la sua formazione.


Quali strade ha preso la fotografia per entrare a far parte della tua vita?

“Da bambina, ogni sabato pomeriggio mio nonno mi accompagnava in lunghe passeggiate durante le quali mi esortava a prestare attenzione a tutto ciò che ci circondasse, mi allenava a catturare con lo sguardo la bellezza.
Quei giorni li porto sempre dentro di me e avvicinarmi alla fotografia è stato il modo migliore per onorare quelle passeggiate e fermare il tempo con mio nonno. Mi piace pensare che la fotografia si sia presentata lungo il mio tragitto nel momento in cui avevo bisogno di un amico con cui condividere e catturare ogni passo.
All’inizio mi limitavo a ritrarre i soggetti che istintivamente colpivano la mia attenzione poi, crescendo, ho imparato a focalizzarmi su tutto ciò che potesse costituire una narrazione.”

Cosa ti ha portato a creare un reportage sul carcere di Procida? C’è stato un artista o uno stile di riferimento che ti ha ispirato per questo lavoro?

“Procida mi ha letteralmente folgorata.
Avevo avuto occasione di visitare il comprensorio di Terra Murata e c’è voluto del tempo perché interiorizzassi le sensazioni che avevo provato, finché un giorno mi sono sentita pronta. Sono ritornata in quei luoghi per renderli miei e, in qualche modo, anche di altri.
Nel periodo in cui ho scattato queste immagini, nella mia vita c’era molto rumore. Procida mi ha restituito ordine e quiete. Potrà sembrare strano data la scelta del soggetto in questione: un luogo intriso di tristezza e rabbia e, infine, anche della rassegnazione che un uomo può aver provato durante tutta la permanenza in quel complesso. Eppure, tutto quel peso trovava la sua espiazione nel blu del mare che si scorgeva da alcune finestre. C’è il verso di una canzone di Lucio Dalla (La casa in riva al mare, 1971, ndi) che recita:
dalla sua cella lui vedeva solo il mare…’.”

Quali sono i tuoi prossimi passi? Hai in mente di concederti a qualche tipo di sperimentazioni?

“Attualmente sto lavorando su un progetto prettamente intimistico, ripercorrendo a ritroso la mia storia e ciò che ho fiutato, assaporato, vissuto negli anni fino a rivivere le esperienze che mi hanno portata ad essere ciò che sono oggi. Partendo dallo studio di alcuni fiori che ho raccolto e conservato, sto immaginando un rapporto tra il significato che questi ricordi appassiti hanno e il significante di ciò che essi rappresentano adesso. Attraverso lo studio di linguaggi artistici contemporanei della fotografia autoriale odierna, sto mettendo insieme diversi elementi affinché questi possano comunicare tra di loro sia da un punto di vista concettuale e contenutistico, che estetico”.

Pierluigi Di Florio 

 

Un commento su “Valentina Argía Socievole, fotografare la poesia.

  1. Vincenzo

    …..impossibile non “amare” e dimenticare Procida

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