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La Guerra dei Libri

Il mercato dei libri in Italia vive di contraddizioni. Basti pensare che nel 2016 è aumentato il numero di libri comprati (la vendita è cresciuta del 2,3% rispetto all’anno precedente) e al tempo stesso sono drasticamente diminuiti i lettori (-3,1%, da 24 milioni a 23,3 milioni). Volendo spostare ancor più in alto la lente d’ingrandimento, i libri si stanno assestando in un mondo digitalizzato che vede la fascia adulta tra i 25 e i 44 anni sempre connessa e poco incline a sfogliare le pagine di un romanzo: la percentuale di lettori in quel limbo d’età è crollata del 25% in un anno.

In un contesto del genere, l’idea di una doppia fiera del libro in Italia non era da considerarsi un’opzione così assurda. Si dava la possibilità a due città diverse tra loro (Milano e Torino) di sviluppare due filoni narrativi e di rapportarsi al mondo dell’editoria in maniera variegata e finalmente internazionale. Non fosse che il campanilismo all’italiana ha portato le due realtà (quella torinese storica e la neonata fiera milanese) a scontrarsi in un becero confronto di numeri, statistiche e prime impressioni che raccontano bene la guerra d’interessi che è nata dopo i quattro arresti legati a presunte irregolarità (turbativa d’asta) nella gara di assegnazione delle edizioni 2016, 2017 e 2018 del Salone del Libro di Torino, oltre che alle dimissioni del Presidente dell’Associazione Italiana Editori Tommaso Motta dal CDA del Salone a causa della poca importanza data dal comitato organizzativo della fiera del libro all’AIE.

Lo scenario apocalittico in cui versava la manifestazione di Torino (che a maggio di quest’anno taglierà il traguardo dei trent’anni) è stato l’assist perfetto per spostare parte del Gioco a Milano e le grandi realtà come Mondadori non si sono fatte sfuggire l’occasione. In questo contesto è nata la prima edizione di Tempo di Libri, la fiera dell’editoria andata in scena a Rho dal 19 al 23 aprile e che si è rivelata un cantiere a cielo aperto.

LA STORIA

L’ufficializzazione della seconda fiera del libro italiana è infatti arrivata ad appena 225 giorni dalla data zero. Una follia, a pensarci bene, soprattutto perché il clima in cui si è sviluppato il concept di TdL è stato da guerriglia: le piccole e medie case editrici non hanno gradito la decisione dell’AIE (presa in fretta e furia il 29 luglio, ad appena due settimane dallo scandalo legato agli arresti) di spostarsi a Milano, seppur il consiglio generale aveva visto la fazione Pro Milano vincere con 17 voti contro i 7 filo torinesi (8 gli astenuti tra cui Einaudi, storica realtà di Torino ma di proprietà di Mondadori).

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La sensazione generale è che il cambio di mano sia avvenuto davvero troppo in fretta, quando invece si sarebbero potuti portare avanti due progetti differenti con tempi e modalità diverse. Ad esempio l’apertura ad un evento a Milano (che vanta già due manifestazioni come BookCity e Milanesiana) si sarebbe potuta avvallare in un’assemblea AIE plenaria, con dossier e discussioni adeguate. Forzare la mano significa provocare una spaccatura, tant’è che dopo il 29 luglio dodici case editrici sono uscite dall’Associazione e hanno pubblicato una lettera al vetriolo:

“Non ci riconosciamo né in questa scelta dell’associazione né tantomeno nella modalità di determinarla, non ci sentiamo insomma rappresentati da questa Associazione, pertanto diamo qui le nostre dimissioni dall’AIE con effetto immediato”.

A testimonianza del fatto che tra le due fazioni fosse in corso principalmente una gara di potere, basti pensare che Nicola Lagioia (direttore del Salone di Torino e vincitore del Premio Strega per La Ferocia) e Chiara Valerio (responsabile generale di Tempo di Libri) hanno ammesso di sentirsi molto spesso per confrontarsi e capire come regalare due identità diverse alle due manifestazioni.

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È TEMPO DI LIBRI

Il punto di rottura definitivo tra le parti è avvenuto quando la fiera di Milano ha annunciato un’anticipazione delle date (per staccare il Salone di Torino, dal 18 al 22 maggio) e ha fissato l’inizio di TdL per il 19 aprile. Sembra assurdo pensare che nessuno si sia accorto del fatto che queste date cadevano esattamente a metà tra il ponte feriale di Pasqua e quello del 25 Aprile, condizione che sicuramente non ha permesso al pubblico di essere presente in maniera massiccia.

Difatti i primi giorni di fiera sono stati quasi desolanti, con i corridoi semi vuoti che si riempivano occasionalmente: sono mancate per motivi organizzativi le scolaresche (per stessa ammissione della Valerio non c’è stato tempo di coinvolgerle) e al tempo stesso la location di Rho in relazione alla grandezza dell’evento (appena due padiglioni) non ha invogliato gran parte dei milanesi a spingersi fino ad una zona in cui il biglietto della Metro costa un euro in più del solito (tra andata e ritorno farebbero 5 euro a persona, un po’ troppo se si pensa ad una famiglia intera che deve spostarsi). Inoltre, un’altra criticità che è stata subito evidenziata è stata quella dell’orario: troppo presto chiudere i battenti di Tempo di Libri alle 19.30, così come l’introduzione il giovedì pomeriggio del biglietto ridotto (per chi entrava dopo le 16.30) è stata tardiva ed è stata letta più come un segnale di resa alle poche presenze piuttosto che un incentivo a partecipare alla moltitudine di presentazioni in giro per i padiglioni.

Insidacabilmente vero è che l’Edizione Zero serve a prendere le misure, a tararsi sui gusti del pubblico e a capire la logistica di un evento che nel 2018 cambierà fisionomia. Perché al di là dei numeri e delle statistiche, quel che è mancato nella cinque giorni di Rho Fiera è stato un principio di forte innovazione: l’Alfabeto secondo cui erano organizzati gli eventi non ha fatto presa, tant’è che alla fine tutti si accontentavano di sfogliare il programma in cerca di nomi o conferenze interessanti. E proprio sulle conferenze Milano si è giocata la sua credibilità, cercando di portare gli autori a migrare dalle semplici presentazioni dei loro libri per consegnarsi a discussioni sulla letteratura in generale, in cui gli spettatori hanno giocato un ruolo importantissimo grazie al dialogo tra le parti. 

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Per quanto riguarda i numeri, in sé e per sé sono stati un flop: la Valerio ha ammesso di puntare alle ottantamila presenze, ma la domenica sera i partecipanti a Tempo di Libri registrati erano poco più di sessanta mila (più altri dodicimila agli eventi del Fuori Salone), che – sulla base della guerra intestina di cui sopra – possono suonare come una sentenza. Ma se provassimo ad uscire dalla distorta mentalità del confronto assiduo, si dovrebbe dar atto al team di TdL (102 persone circa) di aver tirato su un evento importante in poco più di sei mesi, incastrandolo in una primavera di fuoco milanese e riuscendo comunque a dargli un’identità che – seppur ancora troppo vicina a quella del Salone – ha fatto intravedere grandi possibilità di crescita. Un dato importante é quello dei contatti avuti dagli eventi trasmessi live su Facebook, che hanno totalizzato oltre un milione di views: l’incontro con Roberto Saviano e Marco Damilano di mercoledì 19 ha riscosso molto seguito sui social e in fiera. Segno che l’interesse verso qualcosa di nuovo c’è, bisogna solo strutturarlo in modo più efficace.

IL FUTURO

TdL è stata presentata al mondo come una sfida da vincere: ma se molti l’hanno interpretata come una corsa sui cento metri, la verità è che si tratta di una maratona che si può affiancare al Salone di Torino per cercare due dimensioni del libro diverse.

Quel che la fiera di Milano si porta dietro è la voglia di parlare non solo dei libri scritti, ma anche di quelli letti: come affermato dalla responsabile Valerio in un’intervista a Il Libraio:

“Gli autori hanno parlato, come i lettori seduti ad ascoltarli, dei libri letti assai più che dei libri scritti. A me questo pare piuttosto diverso. Altra cosa, più strutturale, persone, competenti e presenti come Marcello Fois, Francesco Pacifico, Michela Murgia, Sara Scarafia, Silvia Bencivelli, Lorenzo Pavolini e Marino Sinibaldi – e le nomino le persone che hanno curato il maggior numero di incontri a testa – hanno tenuto intere sezioni del programma, consentendo una compattezza editoriale che sarebbe stata impossibile altrimenti. Ha mai visto una cosa del genere?”

Inoltre bisognerà valutare anche l’impatto che Tempo di Libri avrà sulle presenze a Torino: quanti di quelli che sono stati a Milano saranno presenti anche al Salone? Lo scenario delle due realtà è ancora tutto da definire, così come le date di Tempo di Libri del 2018 devono ancora essere annunciate. Quest’attesa è vista da molti come un segnale di distensione tra le parti, che verosimilmente si aggiorneranno a giugno, quando si avranno i numeri complessivi delle due fiere, tra presenze ed incassi.

La sindaca di Torino Chiara Appendino si è vista a Rho nella giornata di domenica, dove ha lanciato segnali di distensione con una frase emblematica: “Una fiera non si valuta in base al numero di spettatori”.

La speranza per il 2018 è che le due fiere continuino ad esistere e percorrano sentieri paralleli per restituire la giusta dimensione alla cultura italiana, troppo spesso bistrattata se non dimenticata. Abbiamo bisogno di questo tipo di eventi, tant’è che addirittura TdL pensava ad una sorta di fiera itinerante anche per le regioni del centro sud. La carne al fuoco è tanta, l’obiettivo deve essere quello di creare sinergie in grado non solo di affermarsi in Italia, ma anche di provare a scomodare le fiere di Francoforte e Londra, veri trend setter del mondo del libro. 

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