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“Russiagate”, cosa sappiamo sui rapporti tra Trump e il Cremlino

8 novembre 2016, Donald Trump viene nominato Presidente degli Stati Uniti d’America. A sorpresa l’imprenditore miliardario sconfigge la più quotata Hilary Clinton e si aggiudica la corsa alla Casa Bianca. A quei tempi già si vocifera dei collegamenti tra il Tycoon e la Russia e sulle possibili ingerenze di quest’ultima nelle elezioni statunitensi, al fine di manipolarne i risultati in favore del candidato repubblicano. Ma per capire da dove ha origine il grande scandalo che ha successivamente preso il nome di “Russiagate”, bisogna tornare indietro almeno all’inizio dell’estate del 2016.

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8 novembre 2016, Donald Trump viene nominato Presidente degli Stati Uniti d’America. A sorpresa l’imprenditore miliardario sconfigge la più quotata Hilary Clinton e si aggiudica la corsa alla Casa Bianca. A quei tempi già si vocifera dei collegamenti tra il Tycoon e la Russia e sulle possibili ingerenze di quest’ultima nelle elezioni statunitensi, al fine di manipolarne i risultati in favore del candidato repubblicano. Ma per capire da dove ha origine il grande scandalo che ha successivamente preso il nome di “Russiagate”, bisogna tornare indietro almeno all’inizio dell’estate del 2016.

 

Tutta una questione di mail

Verso la metà di giugno il Partito Democratico denuncia un attacco hacker subito dai propri sistemi informatici, durante il quale sarebbero stati trafugati dei file e sarebbero inoltre state tracciate delle conversazioni avvenute nei mesi precedenti tra dipendenti del partito stesso. Inizia a farsi largo l’idea che l’attacco possa provenire da gruppi russi. La vicenda comincia ad assumere contorni ben più delineati il 22 luglio del 2016, quando alla vigilia della convention dei democratici Wikileaks rende pubbliche circa 20.000 mail scambiate tra dirigenti del partito. Ciò che è risultato dal contenuto dei messaggi è principalmente un tentativo di minare la campagna elettorale di Bernie Sanders, all’epoca uno dei possibili candidati per i democratici alla presidenza degli Stati Uniti. In particolare si sono cercati stratagemmi per evitare di mettere in luce – se non di screditare – l’avversario della Clinton, favorendo così quest’ultima nella corsa alle primarie. Si fa sempre più concreta la pista secondo la quale l’attacco hacker sia stato portato da soggetti provenienti dalla Russia, anche se non si hanno certezze su come le mail in questione siano entrate in possesso di Wikileaks, che ha sempre negato qualsiasi contatto con l’Est. L’attacco sarà poi rivendicato da qualcuno che si fa chiamare “Guccifer 2.0” e che dirà di provenire dall’Europa dell’est, anche se i sospetti principali ricadranno poi sul G.R.U., l’intelligence militare russa.

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I collaboratori di Trump e i loro rapporti con la Russia

Con l’avvicinarsi delle elezioni il discorso relativo alle mail del partito viene in parte accantonato. Va detto però che con l’avanzare della campagna elettorale Trump si ritrova sempre più spesso a parlare di Russia e di Putin, auspicando un continuo miglioramento nelle relazioni tra i due Stati (un aspetto di cui già vi avevamo parlato a febbraio). Questi continui richiami alla Russia fanno insospettire le agenzie di intelligence e di polizia americane, le quali ritengono opportuno continuare ad indagare sulla questione, al fine di poter verificare se le manovre che si ritiene siano state portate dai russi siano state effettivamente concordate con il Tycoon e con i suoi collaboratori e se abbiano mirato in qualche modo ad indirizzare le elezioni in favore del candidato repubblicano. C’è una particolarità che accomuna molte delle persone che gravitano attorno al neo eletto presidente: hanno tutte avuto contatti o interessi in Russia. A cominciare da Paul Manafort – da noi già citato –, consigliere repubblicano a capo della campagna elettorale di Trump, dimessosi dopo che il New York Times ha trovato un documento che sosteneva che fra il 2007 e il 2012 Manafort aveva ricevuto 11,3 milioni di euro in nero dal Partito delle Regioni, il partito dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich, considerato molto vicino alla Russia e del quale Manafort stesso è stato consulente. Altra figura importante nella storia è quella di Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale fino al 13 febbraio del 2017, quando ha lasciato l’incarico. Motivo delle sue dimissioni, la scoperta del fatto che Flynn avesse discusso con l’ambasciatore russo negli U.S.A. delle sanzioni approvate da Obama contro la Russia prima di prestare giuramento come membro del governo. Un fatto piuttosto grave, che l’uomo ha nascosto anche al vicepresidente statunitense Mike Pence. C’è poi il Segretario di Stato di Donald Trump, Rex Tillerson. Da poco entrato in politica, in precedenza è stato CEO di ExxonMobil, una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo, la quale ha stretto una partnership con la compagnia russa Rosneft, per condividere lo sfruttamento di un giacimento nel Mare di Kara. A seguito di questo accordo Tillerson aveva conquistato l’Ordine dell’Amicizia, un premio che viene consegnato dal governo russo agli stranieri che in qualche modo hanno sviluppato un legame positivo con la Russia. Da non dimenticare infine Carter Page, ex consigliere della campagna elettorale di Trump che ha ammesso di aver incontrato l’ambasciatore americano in Russia dopo averlo negato in precedenza e Jeff Sessions, ex senatore e oggi procuratore generale, che aveva nascosto al Congresso sotto giuramento due suoi incontri con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti durante la campagna elettorale.

 

Le indagini dell’FBI e il licenziamento di Comey

Nel periodo che trascorre da giugno 2016 a marzo 2017 le agenzie di intelligence americana non cessano di ricercare indizi al fine di trovare il bandolo di una matassa complicata, nella quale si sono ingarbugliati diversi personaggi e diverse teorie su come le elezioni presidenziali abbiano potuto risentire dell’interferenza russa. Certo è che i legami dei collaboratori di Trump con l’Est incrementano il sospetto che ci possa essere qualcosa di più di un tentativo di influenza. Per questo motivo a fine marzo l’FBI rende noto che l’indagine in questione «include l’analisi della natura di qualsiasi legame tra persone associate alla campagna di Trump e governo russo, e se ci sia stato o meno coordinamento tra la campagna e gli sforzi russi». A confermarlo è James Comey, il capo della stessa FBI. Nel frattempo Trump contrattacca e lancia una pesante accusa a Barack Obama. Secondo il Tycoon, l’ex presidente avrebbe fatto mettere sotto controllo illegalmente i telefoni della Trump Tower durante la campagna elettorale, eventualità mai provata e dalla quale Obama ha immediatamente preso le distanze. Le indagini sui rapporti fra il comitato elettorale di Donald Trump e la Russia si fanno ancora più complicate all’inizio del mese di maggio: con una decisione inattesa e a tratti molto controversa, Donald Trump decide di sollevare dal proprio incarico il capo dell’FBI James Comey, coordinatore dell’operazione. Dalla lettera che Trump ha presentato a Comey per motivarne il licenziamento, si evince una mancanza di soddisfazione per quanto riguarda l’inchiesta sulle elezioni, anche se la motivazione ufficiale sarebbe l’inadeguatezza di Comey nel ricoprire il ruolo di capo dell’FBI, dimostrata in altre indagini, che secondo la stampa statunitense non sarebbero però rilevanti a fini di questa decisione. Questa situazione ha generato sviluppi immediati e a Trump è stata mossa un’accusa gravissima: in febbraio il presidente avrebbe chiesto a Comey di abbandonare l’indagine su Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale poi dimessosi. Un fatto che, se confermato, sarebbe gravissimo. Inoltre il timore è che ora Trump possa mettere a capo dell’indagine una persona che non sia indipendente dal punto di vista politico. Se ciò non bastasse, negli ultimi giorni il Washington Post ha reso noto che il presidente avrebbe anche esercitato delle pressioni su due tra i più importanti capi dell’intelligence americana, per aiutarlo a contrastare l’indagine dell’FBI sugli eventuali rapporti tra il suo comitato elettorale e la Russia. Le voci proverrebbero due attuali funzionari dell’intelligence e altri due ex funzionari, che hanno parlato a condizione di restare anonimi.

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James Comey ex direttore del FBI
L’impeachment è una possibilità concreta?

Un intrigo di questo genere ha fatto tornare alla mente lo scandalo “Watergate” che colpì il presidente Nixon e c’è chi ha addirittura paventato l’ipotesi di avviare una procedura d’impeachment, ovvero la rimozione dall’incarico governativo di persone che abbiano commesso determinati illeciti nell’esercizio delle loro funzioni, contro Trump. Tuttavia l’eventualità che possa essere aperta una procedura è al momento remota. Innanzitutto perché l’autorità per avviarla appartiene solamente al Congresso, che ad ora è a maggioranza saldamente Repubblicana. Perché Trump rischi davvero, dovrebbe perdere l’appoggio di una parte consistente del suo partito sia alla Camera che al Senato. La cosa ancora non è avvenuta ed è molto difficile da immaginare, visto che nonostante la differenza di vedute su molti temi l’establishment Repubblicano si è ormai rassegnato ad appoggiare Trump, anche solo per avere la possibilità di portare avanti e approvare alcune delle proposte storiche del partito.

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