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Informazione e Contemporaneità: Intervista a Marco Damilano

É una mattina soleggiata di aprile, e ho appena messo via il telefono dopo aver scritto un messaggio sul gruppo Whatsapp della mia famiglia: “sembra un sogno!”. Digito, invio, blocco lo schermo e rimetto in tasca. Un gesto automatico, quasi involontario, normale. Mi guardo attorno ed è un sogno davvero: la mia prima sala stampa.

Sono a Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria di Milano e, grazie al mio press pass, sto scoprendo un mondo nuovo. Mi siedo all’unico tavolino vuoto della stanza, un po’ per la solita tendenza che ho nell’evitare di attaccare immediatamente bottone, un po’ per la paura di non poter stare allo stesso livello dei presenti in sala, di non poter sostenere le loro stesse conversazioni, di non essere all’altezza della loro esperienza.

In quel momento mi sento davvero lontana da quelli che Antoine de Saint-Exupéry descrive benissimo come “i grandi” nel suo capolavoro, Il Piccolo Principe. E probabilmente in quel momento, con l’ingenuità di chi scopre un mondo nuovo per la prima volta, a quegli adulti avrei davvero potuto chiedere “Disegnami una pecora…”, certa che avrei ricevuto in cambio occhiaie stranite e colme di compassione, come a dirti che l’Eden dei Grandi è ancora molto lontano.

Tra un incontro e l’altro, non perdevo occasione di tornare in quella sala ricca di incontri e di magia, un posto dove ho sempre pensato fosse nascosto chissà quale segreto. Così sono rimasta ad ascoltare i discorsi dei giornalisti, a scrutare gli scrittori e gli addetti al mestiere delle parole, rendendomi infine conto che l’universo dell’informazione forse è biunivoco. Non siamo solo noi, imprenditori, uomini di Stato, celebrità o persone comuni, a dare agli organi di informazione di che scrivere con i nostri frammenti di vita vissuta, di cronaca o di scandali.

L’Informazione, quella vera, in ogni sua forma, restituisce, dà qualcosa in cambio. Sia questo emozione, angoscia, sbigottimento, delusione o sapore di conquista, ho capito che quando siamo informati siamo sempre diversi, nuovi, arricchiti. Da qui deduco che l’informazione non è un elenco ben ordinato di notizie che i vertici di un sistema hanno selezionato per noi. Ma l’informazione è vedere realizzati i nostri diritti, o permetterci di batterci affinché si realizzino. É sapere che c’è qualcuno che lotta perché le cose siano più come vorremmo, che come vogliono, è accorgerci che qualcosa sta cambiando, ed è soprattutto permetterci di cambiare insieme a quel qualcosa.
E allora, cos’è l’informazione?

La verità è che non mi trovo a TdL per caso. Sono in questa sala stampa perché ho un incontro fissato con Marco Damilano, una delle penne di punta del giornalismo italiano. L’obiettivo è quello di farmi raccontare dal vicedirettore del settimanale L’Espresso il suo spaccato di giornalismo, fatto di incastri e inchieste, di informazioni da scoprire e di Verità. Ho molte domande che mi frullano per la testa che, poco a poco, guidate dalle risposte di Damilano, trovano le giuste risposte.

Cos’è l’informazione e che cosa rende una notizia informazione?

Prima era abbastanza chiaro: c’erano tutti i criteri di notiziabilità, come si dice, quelli che vengono studiati nelle scuole di giornalismo, cioè la novità, l’inedito, il non accaduto. L’informazione, sotto il profilo del Novecento, quindi del momento in cui tutto questo diventa anche industria, industria culturale, industria editoriale, industria della carta stampata, poi della radio e successivamente della televisione, era da un certo punto di vista la possibilità di trasformare queste notizie in qualcosa che potesse anche essere venduto al lettore, all’ascoltatore o al telespettatore. E dal punto di vista, invece, più generale della democrazia, uno dei contrappesi del sistema democratico, l’articolo 21 della costituzione è l’unico articolo in cui usa la parola “tutti” per riferirsi a tutte le persone, le quali hanno il diritto di esprimersi, di dire la loro opinione, di informare e di essere informati. Adesso è tutto un po’ più complicato, perché viviamo, in un certo senso, nell’era dell’onnipotenza dell’informazione: in ogni singolo istante siamo informati su tutto. Adesso, mentre stiamo parlando, tiriamo fuori lo smartphone e vediamo cosa sta succedendo in qualunque parte del mondo tramite un social network, un sito o un post su Facebook. Siamo bombardati di notizie: notizie brevi, sminuzzate, rulli televisivi, tweet, frammenti di eventi. Abbiamo quindi la sensazione di essere molto più informati di prima e, in realtà, tutto questo ha prodotto invece una fragilità di chi faceva questo per lavoro, come mestiere e forse anche una fragilità del sistema; abbiamo tantissime notizie rispetto a prima, e quindi nell’Ottocento, nel Novecento, tutti i giornalisti erano ossessionati dall’idea di moltiplicare le fonti di informazione perché le notizie erano sempre scarse. Adesso che sono moltiplicate abbiamo la sensazione opposta: in questo frastuono abbiamo perso l’informazione.

Qual è il difetto più grande dell’informazione di oggi?

“Questo, di non aiutare a capire le cose. Abbiamo molte notizie e poca informazione: troppe cose senza selezione, senza gerarchia, senza priorità, senza urgenze e senza importanza. Ed è quindi qualcosa che viene svalutato esattamente come si svaluta tutto quello che parte per essere prezioso e viene poi consegnato a una circolazione troppo sciatta, troppo banale”.

Al momento qual è, per lei, la miglior fonte di informazione, o almeno la più attendibile?

“Io dovrei rispondere “la carta stampata” e il settimanale, non il settimanale dove lavoro specificatamente, ma è una battuta. Ritengo che la più attendibile sia però, ancora, nonostante tutto, quella che richiede un lavoro di mediazione. Pensiamo che chiunque possa fare il giornalista, che chiunque possa dare informazioni, e in parte è vero. In tutti gli ultimi attentati degli ultimi anni, da quello del Bataclan del 13 novembre, a quello a Bruxelles del marzo 2016, agli ultimi di San Pietroburgo di due settimane fa, immancabilmente c’è un cittadino qualsiasi che fa un filmino o una foto, e tutte le catene e i grandi network internazionali gli scrivono sui social, chiedendogli se possono utilizzare quelle immagini. Quindi, da un lato, tutti possono diventare giornalisti in qualsiasi momento, e non soltanto per eventi tragici o drammatici, ma l’informazione più attendibile sarà ancora una volta quella più di qualità, quella affidata a chi fa questo per mestiere e quindi ha le capacità professionali di maneggiare un bene così prezioso e deperibile come l’informazione. A patto che lo sappia maneggiare bene, perché non ci sarebbe questa impopolarità dei giornalisti, questo essere sul banco degli accusati, se in passato questo lavoro fosse stato svolto come si proclamava di voler svolgere. In realtà è stato pieno di carte false, di fake news, prodotte da chi per professionalità dovrebbe invece fare altro, però credo che quella sia ancora l’unica strada per ridare attendibilità all’informazione”.

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Presentazione del libro “la Repubblica dei Selfie”

 

Lei stesso ha nominato le fake news: gli viene secondo lei dato più o meno peso di quanto si crede? E quanto secondo lei le fake news, o comunque un’informazione approssimativa che avviene esclusivamente tramite gli algoritmi dei social networks, possono influenzare la politica?

“Sono molto influenti. Anche su questo non ci sono particolari novità: ci sono dei passaggi del De Bello Gallico dove Giulio Cesare racconta delle voci, dei rumours che si sviluppano tra le truppe, c’è il capitolo manzoniano sulla peste, sulla storia della colonna infame, che è tutto sulle voci che nascono per additare l’uno o l’altro come untore della peste. Quindi da sempre informazioni incontrollate e incontrollabili determinano il corso degli eventi. Quello che è cambiato, è che c’è uno strumento potentissimo come la rete, come gli algoritmi, grazie ai quali notizie di cui non si conosce la fonte si possono dilagare esattamente come un bacino d’acqua che scavalca una diga e invade tutto. É quindi importantissimo risalire alla fonte, risalire al punto da cui questa notizia è partita per verificarne l’attendibilità e la veridicità; il punto è che non c’è quasi mai il tempo di fare questo. Nel frattempo quella notizia falsa ha prodotto il suo effetto politico, e spesso possono essere effetti politici molto importanti”.

Sempre per rimanere sul tema dell’informazione e della politica, qual è l’errore della politica dal punto di vista della comunicazione?

“Quello di sempre. Considerarla come un fastidio e considerare i giornalisti scomodi e critici, dei nemici. L’altro errore, più recente, è di considerarsi come autosufficienti: i politici e la politica sono convinti che scavalcando la mediazione giornalistica riescano a parlare con l’elettorato direttamente. Tuttavia questa, che sembra una potenzialità, a volte diventa una prigione, per cui i politici producono propaganda, credono alla loro propaganda e ne finiscono prigionieri. E questo forse spiega perché, in quasi tutti i paesi l’anno scorso, e direi Turchia compresa, nonostante l’esito del referendum abbia dato ragione a Erdogan, ma di pochissimo, tutti i governi hanno perso il referendum che avevano indetto. É successo a Cameron con la Brexit, in Colombia sulla pace con i guerriglieri, è successo perfino con Orban quando ha chiesto un referendum per limitare la possibilità di accesso agli immigrati, è successo in Italia con la Costituzione”.

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Recentemente, al settimanale di cui Marco Damilano è vicedirettore, L’Espresso, è stato assegnato il Premio Pulitzer, uno dei premi letterari più ambiti, per il lavoro realizzato con i “Panama Papers”. Panama Papers è il nome dato a un fascicolo digitalizzato della dimensione di circa 3 terabyte, trovato nello studio Mossack Fonseca, studio legale e fornitore di servizi finanziari, da cui è stato creato. Il fascicolo contiene 11,5 milioni di documenti confidenziali, i quali mostrano come i soggetti più ricchi nascondano il loro denaro dal controllo statale. Il settimanale L’Espresso ha condotto questo lavoro d’inchiesta collaborando con il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ, sigla inglese), il quale si è affidato principalmente a chat o e-mail criptate. L’Espresso fa parte di una delle 107 organizzazioni informative che hanno analizzato questi documenti. Il primo report, risultato di questa analisi è stato pubblicato il 3 aprile 2016, mentre a maggio è stata pubblicata la lista completa di aziende, compagnie e nomi coinvolti. Il quotidiano britannico The Guardian ha definito i Panama Papers “probabilmente il più grande colpo mai assestato al mondo dei paradisi fiscali per via dell’entità dei documenti”. 

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Se lei personalmente potesse consegnare questo premio a una qualsiasi delle attuali realtà o fonti dell’informazione, a chi lo assegnerebbe?

“Non mi va di dare un premio specifico. Credo questo premio sia molto importante quindi se potessi lo darei a questo Consorzio, non tanto, e non solo, perché c’è la mia testata L’Espresso, ma perché è un metodo innovativo; la criminalità è globalizzata, i poteri economici e politici sono globalizzati. Deve globalizzarsi anche l’informazione, ed è molto interessante che un consorzio internazionale di giornalisti abbia riunito professionisti del settore che fanno ciascuno il loro lavoro, ma si mettono insieme facendo un lavoro globale. I Panama Papers sono stati pubblicati tutti alla stessa ora nelle testate che partecipavano, poi ogni testata ha svolto il lavoro secondo il punto di vista che interessava maggiormente: noi de L’Espresso per quanto riguarda gli italiani, altri rispetto ai francesi, altri ancora rispetto agli inglesi, e in più un metodo giornalistico, quindi non affidato ai leaks, come con l’idea che la rete può tutto, ma con una selezione. I Panama Papers non sono il globale di quello che si è trovato nello studio Fonseca, dentro il quale sono racchiusi i segreti dei frodatori del fisco di tutto il mondo, ma è affidato ai giornalisti fare la selezione, cioè dentro quell’immensa mole di documenti trovare quei nomi che interessano, seguirli, costruire un contesto, un racconto. E quindi c’è un doppio metodo: un metodo globalizzato, per cui le testate in un certo senso cedono sovranità a un consorzio con dei giornalisti (che rappresentano singolarmente diverse testate) che vanno a formare una potenza di fuoco incredibile, e secondariamente questo fatto che i leaks vengono affidati a un processo di mediazione giornalistica e non puramente messi alla conoscenza di tutti, perché se non si hanno le capacità tecniche di trattarli significa alla fine metterli alla conoscenza di nessuno”.

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Da grande fan della trasmissione Gazebo, condotta da Diego Zoro Bianchi, di cui Damilano è parte integrante, ho voluto fare un’ultima domanda riguardo quello che più mi affascina del programma: l’equilibrio che questa fa trasparire. Perché forse l’informazione, quella vera, è anche questo, un incastro perfetto tra le nostre vite e il mondo che ci aspetta là fuori. Continuerà ad essere complesso poter prevedere cosa ne sarà delle notizie del futuro, ma una forte complicità tra i soggetti dell’informazione, come quella che si può trovare tra i personaggi di Gazebo, potrà forse aiutarci a vederci più chiaro, senza fake e senza competizioni.

 

La redazione di Gazebo dà l’impressione di essere un po’ una grande famiglia. É un’impressione che conferma e com’è il rapporto all’interno della redazione?

“In cinque anni di lavoro comune devo dire che si è creato un gruppo di lavoro che parte da individualità, da persone che facevano e fanno tutt’ora altro: ci metto dentro i musicisti, perfino Mirko Matteucci, il tassista, io faccio L’Espresso, Andrea Salerno fa l’autore televisivo per altri programmi. Ma nella confluenza di queste potenzialità, di queste individualità con i loro caratteri, talvolta anche spigolosi, anche a volte difficili, c’è una ricchezza incredibile, e c’è soprattutto una sintonia nel modo di vedere le cose, che ha costruito un gruppo di lavoro che in questo momento mi sembra abbia pochi paragoni, e mi sembra di poterlo dire con un certo orgoglio”.

Marta Boffelli

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