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Il Ruolo di Totti

Ormai raccontare il calcio è diventato qualcosa di tremendo. Tutti giornalisti, tutti allenatori, tutti che vivono di certezze e di aforismi. S’è sparsa l’idea che scrivere qualcosa di nuovo sia difficile, quando in realtà basterebbe rifarsi ai propri pensieri, alle proprie esperienze, invece di praticare un comodo copia-incolla dal web, giocando con i soliti aggettivi e le consuete figure retoriche. Certo, poi ci sarebbe il problema di capire se effettivamente ciò che si racconta interessa, ma questo è un altro discorso.

Fatto sta che Francesco Totti domenica scorsa ha indossato per l’ultima volta la maglia numero 10 della Roma e sono settimane che siamo invasi da racconti, considerazioni, classifiche sul Pupone. È lui il più forte giocatore italiano di sempre? Dove andrà l’anno prossimo? Quanto è infame Spalletti che l’ha centellinato per due anni? Le solite domande continuavano a susseguirsi in giro per la penisola mentre Totti si godeva l’ultimo saluto della sua gente, di un pubblico che l’ha amato con la stessa intensità che si regala ad un figlio. Perché Totti non è solo la Roma, Totti è Roma e ne impersona il carattere guascone, che non si prende mai sul serio, di chi sogna facilmente e s’accende per un nonnulla, fino a rimanere saldo nelle proprie scarpe anche quando il mondo inizia a girare forte e si rischia di perdere l’asse.

Il mio primo ricordo del Dieci, tanto per scardinare il meccanismo di narrazione di cui sopra, è un pomeriggio acquoso del 2001, in Francia. Era giugno e io mi trovavo a Parigi con la mia famiglia, da poco trasferiti sotto la Tour Eiffel. Eravamo lì per il lavoro di papà e proprio al mio vecchio devo l’imprinting calcistico nel segno di Totti. Io avevo cinque anni e conservo qualche flash di quella giornata, iniziata sotto un’acquazzone mentre qualche chilometro più a Sud, la Roma di Capello si giocava lo Scudetto, il terzo della sua storia, contro il Parma di Buffon. Mio padre, romano e romanista esportato prima a Milano e ora in terra francese, era incollato a Canal+ e insieme aspettavamo il responso degli Dei del calcio.

Così, mentre all’Olimpico si festeggiava il terzo Scudetto, io e mio padre percorrevamo in giallorosso gli Champs Elysees, in una trionfale passerella che ai miei occhi di bambino non aveva nulla da invidiare all’invasione di campo dei tifosi romanisti. Non avevo scelto la Roma per sempre, tant’è che crescendo il mio amore calcistico si è spostato verso la Milano nerazzurra, ma quel momento lo ricordo come l’inizio della mia passione per il pallone, legato indissolubilmente alla figura di Francesco Totti, l’ultimo numero 10.

Marco Lo Prato
IL MOMENTO 

“Avete presente quando eravate bambini e stavate sognando qualcosa di bello… e vostra madre vi svegliava per andare a scuola mentre voi volevate continuare a dormire…e provate a riprendere il filo di quella storia ma non ci si riesce mai… Stavolta non era un sogno ma la realtà.”

Così Francesco Totti scrive nella sua lettera aperta ai tifosi della Roma, trovando le parole perfette per descrivere ciò che ha rappresentato negli ultimi venticinque anni per tutti gli amanti del calcio: un sogno, qualcosa di emozionante, troppo bello per essere vero. Non potevamo risvegliarci senza poter esclamare un’ultima volta “Grazie capitano, sei unico.”

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Il ritiro di Totti negli ultimi dieci anni è sempre stato un pensiero remoto nella testa di noi tifosi, romanisti e non. Così lontano che ci piaceva pensare, romanticamente, che fosse davvero immortale. Nessuno sarebbe mai stato pronto a dire addio al capitano, ma il dovere di dargli un ultimo grande tributo ha animato i settantamila presenti quel 28 maggio. La giornata si preannuncia speciale sin dalla messa in vendita dei biglietti, completamente esauriti in sette ore. I dintorni dello stadio pullulano di tifosi sin dalle 12, ben sei ore prima del calcio d’inizio, in un’atmosfera così carica di emozioni che ricordava molto il giorno dell’ultimo scudetto nel 2001. Consapevoli di essere spettatori di un giorno storico per ogni tifoso di calcio, decidiamo di vivere lo stadio appieno e alle 16 siamo già al nostro posto. Il colpo d’occhio è fantastico: tutti i settori dello stadio pieni di tifosi con la maglietta “Totti 10” sulle spalle, pronti ad urlare al cielo per l’ultima volta il suo nome.

Il tributo comincia mezz’ora prima del calcio d’inizio, quando viene trasmesso sui maxischermi un video che dimostra la grandezza di Totti: diversi grandi calciatori, bandiere dei propri club, lo omaggiano con belle parole sottolineando il fatto che i romanisti non sarebbero stati gli unici a piangere quel giorno. “Un capitano, c’è solo un capitano” risuona all’Olimpico per diverse volte nei minuti antecedenti il fischio d’inizio, con le pareti dello stadio che tremano a causa della passione che tutti noi tifosi esprimiamo gridando quel nome e incitando ogni suo gesto. Il primo abbraccio con la curva sud avviene dopo la coreografia che mostra “Totti è la Roma”: il capitano giunge nello spazio antistante la curva e tutti i settori impazziscono. La partita non è ancora cominciata ma le emozioni sono già così forti da farci scendere le prime lacrime di una lunga serie.

La festa per Totti fa quasi distogliere l’attenzione dalla partita in corso, i cori sono tutti per il numero dieci in panchina e la squadra appare visibilmente emozionata. L’avversario, il Genoa, si rivela ostico e il rischio di non festeggiare adeguatamente una leggenda si fa sempre più concreto. Come in un film, la partita viene decisa all’ultimo respiro da Perotti, la Roma è in Champions League e si può festeggiare degnamente.

Al triplice fischio dell’arbitro un senso di smarrimento comincia ad assalire noi tifosi. La Roma ha vinto, obiettivo raggiunto, ma gli occhi erano tutti su di lui, il numero dieci, emozionato come noi, nell’ennesima manifestazione della sua umanità che lo contraddistingue e lo rende così speciale. Spontaneità che mostra subito dopo la consegna della targa da parte del presidente, alla vista dei figli e della moglie: da quel momento partirà un terremoto emotivo difficilmente ripetibile nel mondo dello sport e non.

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Durante il giro di campo colui che è stato definito l’ottavo re di Roma cede alla commozione guardando il suo popolo, in un’immagine che definisce perfettamente cos’è Totti per Roma e cos’è la Roma per Totti, in quel momento un pizzico di Totti era dentro di noi e un pizzico di noi era dentro di lui. Lentamente, e con il conforto dei figli, il capitano percorre per l’ultima volta la pista d’atletica tra gli incitamenti di uno stadio in festa e le immagini del maxischermo che proiettavano le lacrime di tutti i presenti: calciatori, dirigenti, addetti ai lavori, avversari, tifosi. Il turbinio di emozioni è stato così forte che lo stesso capitano si è dovuto fermare con gli occhi pieni di lacrime sotto la Tribuna centrale. In quel momento si leva, forte più che mai, un coro in suo onore e l’immagine è di quelle indimenticabili: distogliendo l’attenzione dal campo e guardandosi attorno ci si può rendere conto che l’intero settore, strapieno, non riesce a trattenere il pianto. C’è chi singhiozza e non riesce a cantare, chi si batte forte il petto, chi grida il suo nome con tutte le forze residue, bambini, anziani, stranieri, padri di famiglia: settantamila cuori stretti attorno a lui.

Arrivato presso la Curva Sud nello stadio risuona l’inno della Roma, sottolineando quello che la coreografia ha espresso prima del fischio d’inizio: “Totti è la Roma”. Il tributo continua, alcuni tifosi del nostro settore si riversano in campo per il solo motivo di inchinarsi al suo cospetto, lui lancia un pallone in Curva guardandolo con gli occhi pieni di lacrime. Potessi descrivere quei momenti con tre parole direi umanità, romanità e simbiosi.

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Alla fine del giro di campo che ha scatenato emozioni indescrivibili in tutti i tifosi, romanisti e non, allo stadio e a casa, rimane l’uomo che c’è dietro la leggenda a leggere una lettera scritta per i tifosi, esternando le proprie paure e le proprie insicurezze. Totti ha bisogno del calore di noi tifosi, che replichiamo prontamente cantando “Noi non ti lasceremo mai”.

Capitano, non sarai mai solo. Ciò che sei stato, sei e sarai per ogni tifoso di calcio, specialmente per la Roma, riecheggerà per sempre. Le emozioni che ci hai regalato anche nel giorno del tuo addio hanno definitivamente consegnato il tuo nome alla leggenda, poiché un tributo così emotivo da parte di milioni di persone in tutto il mondo rende esattamente il conto della tua grandezza.

Guido Monaco

LA FINE 

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Consapevoli di aver assistito ad un evento irripetibile, ad una festa emotivamente più forte di una finale di Champions League per noi romanisti, quando le luci si sono spente e il sipario è calato sulla carriera del capitano, siamo usciti dallo stadio con il cuore pieno di emozioni e gli occhi totalmente privi di lacrime: lo stadio Olimpico non sarà più lo stesso, la Roma non sarà più la stessa, il calcio non sarà più lo stesso e forse anche un pezzo della nostra vita non sarà più lo stesso senza “Tottigol” che ci ricorda ogni domenica tutto ciò che abbiamo imparato, da lui e con lui, in questi venticinque anni. Siamo diventati grandi, la vita continua, ma l’azione più naturale da fare in quel momento, nel piazzale antistante lo Stadio Olimpico, è stata una: inchinarsi. Grazie di tutto capitano, è stato un onore.

Totti rappresenta una linea nel tempo. Oggi abbiamo provato a raccontarlo attraverso le parole e i ricordi di due ragazzi cresciuti con Totti in maniera diversa: per me ha rappresentato l’Inizio, per Guido – come avrete capito – il Tutto. Come solo i grandi campioni, Totti scollina il calcio e si presta ad una narrazione diversa, omnicomprensiva. Chiunque si ricorda dove si trovava il 26 giugno 2006, mentre Totti recuperava il pallone per calciarlo, al 95′, contro l’Australia. Personalmente, avevo dieci anni ed ero nascosto sotto al lettone dei miei genitori, con le mani sopra la faccia e un bisogno disperato di sentire qualcuno in casa urlare “gooool”.

Fortunatamente è andato tutto bene. Perché in fondo i campioni questo fanno: ci sono sempre quando ne hai bisogno.

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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