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Italia, il doppio volto del vertice di Tallinn

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Immagine di un’imbarcazione che trasporta migranti

Se fosse stata una partita di calcio, sarebbe probabilmente finita 0-0. L’Italia esce dal vertice di Tallinn – svoltosi tra i Ministri dell’Interno degli Stati Ue – con qualche nuova certezza, ma ancora con tantissimi problemi da risolvere sul fronte immigrazione. Problemi dei quali l’Unione europea fatica a farsi carico non riuscendo a dividere le fatiche tra i suoi membri e che finiscono per complicare la vita di quei Paesi che, per posizione geografica, sono i primi ad essere raggiunti.

 

Porti chiusi ai migranti

Pur non essendo all’ordine del giorno, tanto si è dibattuto sul tema della regionalizzazione del soccorso. Si tratta di un termine piuttosto burocratico con il quale si intende l’apertura dei porti della costa meridionale europea alle navi che recuperano migranti nel Mediterraneo. L’obiettivo sarebbe quello di poter dividere il carico di lavoro tra gli Stati facendo sì che vengano aperti nuovi porti per l’accoglienza. Di questo tema si discuterà approfonditamente l’11 di luglio, quando un nuovo vertice avrà luogo a Varsavia in sede Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Al momento però, almeno su questa tematica, non filtra molto ottimismo da parte italiana. Dopo i “no” di Francia e Spagna all’apertura dei loro porti – i due Stati sottolineano come questi siano già sotto pressioni – sono infatti arrivate anche le risposte negative da parte di Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania, tutti contrari al progetto di regionalizzazione. Inoltre, da parte del commissario Ue per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos sono arrivate parole che suonano come una doccia fredda. L’uomo infatti, ha spiegato che la missione navale Triton non subirà modifiche e proseguirà come fatto finora. Va ricordato che la missione Triton mira a tenere controllate le frontiere nel mar Mediterraneo ed è stata programmata in seguito al fallimento della precedente missione, la celebre “Mare nostrum”. Avramopoulos ha poi aggiustato il tiro, specificando che «l’obiettivo di Triton è chiaro, ma occorre più lavoro all’interno dell’Ue e con i nostri vicini nordafricani per condivedere il peso (degli sbarchi) affinché l’Italia non sia lasciata sola».

 

I nuovi codici di condotta delle Ong

Se sul fronte regionalizzazione – di cui comunque si discuterà nuovamente – le cose non sono andate come l’Italia avrebbe sperato, qualche buona notizia giunge invece dal piano d’azione che la commissione dell’Unione europea ha elaborato per sostenere il nostro Paese, il quale invita gli Stati membri a recepire il codice di regolamentazione elaborato dalla nostra Guardia costiera per le Organizzazioni non governative (Ong) che svolgono attività umanitaria con le loro navi nel Mediterraneo. Si tratta di una sorta di codice di condotta che dovrebbe permettere una migliore organizzazione ed un miglior coordinamento tra le forze degli Stati e quelle delle Ong.

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Il ministro Interno Marco Minniti

Tra le proposte italiane per il comportamento di queste navi ci sono:

  • Il divieto d’accesso alle acque territoriali libiche;
  • Il divieto di spegnere i trasponder;
  • Il divieto di segnalazione notturna con luci e razzi;
  • Il divieto di trasbordare i naufraghi su altri natanti;
  • L’obbligo di fornire l’elenco con i nomi dell’equipaggio delle navi;
  • L’obbligo di rendere noti i finanziamenti delle rispettive organizzazioni.

Il ministro Marco Minniti ha comunque voluto sottolineare che l’Italia presenterà le proposte insieme alla Commissione europea, «ascoltando naturalmente anche le Ong».

 

Questione di soldi: la Libia e il Fondo per l’Africa

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Un terzo capitolo sul quale l’Italia può coltivare qualche speranza è quello relativo allo stanziamento di nuovi fondi dell’Ue per la costituzione di un centro di coordinamento navale a Tripoli. Si tratterebbe di un investimento da 46 milioni di euro, stando a quanto filtrato dalla commissione europea. A questa somma si andrebbero ad aggiungere altri 35 milioni di euro destinati all’Italia. Vi sarebbe inoltre un altro impegno richiesto ai Paesi membri, ovvero quello di incrementare il “Fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per l’Africa”. Si tratta di un Fondo che mira a promuovere la stabilità nelle regioni interessate e contribuire a una migliore gestione della migrazione. Più specificamente, questo Fondo è volto ad affrontare le cause profonde della destabilizzazione, dei trasferimenti forzati e della migrazione irregolare promuovendo le prospettive economiche e le pari opportunità, la sicurezza e lo sviluppo. Le regioni prese in considerazione sono quella del Sahel e l’area del lago Ciad, oltre al Corno d’Africa e l’Africa del Nord. Per il Fondo è stata predisposta una somma di 1.8 miliardi di euro, ai quali andrebbero aggiunti i contributi degli Stati membri che, al momento, ammontano solamente a 89 milioni di euro.

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