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La musica e l’Islam: una storia che parte da lontano

“La musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia”

Questa frase è attribuita a Beethoven. Anzi, non solo: è considerata come una delle sue citazione più famose. Azzardo: questa non è un prodotto di Beethoven ma è Beethoven stesso; l’essenza delle sua arte è racchiusa proprio in questo climax ascendente: rivelazione, saggezza, filosofia. Tre parole che pofumano di sacro applicate ad un ambito squisitamente profano. La musica appunto. Profano… Non è poi tanto vero però, quanti artisti e critici hanno ribadito piuttosto la sacralità della musica! Effettivamente, anche il dominio del sacro per eccellenza, la religione intendo, si è affiidata alla musica per accompagnare la performance dei sacramenti nei suoi luoghi di culto. Ma qui scatterebbero ulteriori quesiti stimolanti come: cos’è il sacro? Cosa si intende per sacro? E soprattutto, chi rivendica la valenza dell’aggettivo sacro solo per i suoi culti, la Chiesa quindi, ha ragione? E chi sostiene di percepire il sacro negli abissi più profondi del profano, ha torto? Interessante sicuramente, ma troppo complesso.

La bellezza del relativismo del resto!

In ogni caso, Beethoven espresse un’opinione chiaramente positiva sulla musica ed è chiaro che a distanza di tempo le considerazioni su di essa non sono affatto cambiate. La musica, fra le arti, ha sempre ricevuto le lodi più belle nonchè il pubblico più affollato. Se sei un gran timidone, puoi star certo che ad un appuntamento con la domanda-jolly “che genere di musica ti piace“ romperesti il ghiaccio, e nell’80% dei casi inizieresti una lunga chiacchierata con la tua interlocutrice. Inoltre, questa domanda è a sua volta rivelatrice; presuppone che la nostra è una cultura orientata a credere che la musica piaccia a prescindere poichè categorizzata fra le esperienze belle e stimolanti.

Dalle prime esibizioni private a corte ai, mutatis mutandis, concerti ad Assago Forum o all’Arena di Verona, la musica unisce, inebria pilota stati d’animo ed emozioni.

Ma vi sete mai chiesti se la musica gode di questa accezione positiva presso ogni cultura?

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Vi sembrerà quasi paradossale dover solo immaginare teorizzazioni culturali che negano l’importanza e la bellezza della musica ma se siete curiosi, abbandonate il parodosso e dimenticate tutte le argomentazione tipiche della società occidentale in riguardo. Il case study in questo caso è infatti la cultura arabo islamica. Una premessa che va evidenziata sin da subito è che la cultura araba è essenzialmente olistica, infatti gli ambiti nettamente separati nella cultura occidentale sono in quella araba privi di confini: ciò che emerge è piuttosto un unico ambito in cui religione e res pubblica coestistono in nome dell’Islam. La legge e l’insieme di conoscienze e tradizioni sono, anche se con le dovute evoluzioni, indissolubilmente legati all’Islam, se non addirittura il frutto dell’Islam. Per questo, le argomentazioni di questa cultura sulla musica sono inevitabilmente basate sul Corano e la Sunna, e quindi sull’insegnamento che Allah ha rivelato a Maometto e il Profeta ha manifestato alla sua comunità.

Alcuni detti del Profeta Maometto, raccolti nella Sunna, esprimono una certa diffidenza nei confronti della musica e consigliano ai credenti di separarsi dagli strumenti musicali. La motivazione principale pare essere il fatto che il buon credente verrebbe distratto dalla musica e finirebbe per venire meno ad alcuni dei suoi doveri più importanti come la recitazione del Corano e la preghiera giornaliera. Come sempre, anche in questo caso bisogna armarsi di validi strumenti interpretativi. L’ortodossia islamica, ad esempio, tende sempre ad evidenziare l’importanza della “chiarezza” di un versetto coranico e di un hadith, requisito fondamentale per l’aderenza di un credente a quel determinato principio; mentre i versi un pò più allegorici o semplicemente quelli in cui l’haram (illecito) e l’halel (lecito) non sono ben distinguibili, non meritano una meticolosa attenzione interpretativa che alteri, spesso forzatamente, il versetto.

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La questione appare sempre più come una matassa se si pensa alla lunga tradizione musicale dalle melodie arabeggianti, alla quale si accompagna la danza del ventre, araba per eccellenza. E’ giusto sottolineare però che, teoricamente, sempre secondo i dettami di Maometto, l’unico suono ammesso sarebbe quello delle percussioni quindi se la danza accompagna questo tipo di strumenti risulterebbe accettabile. Facciamo quindi il punto della situazione: nonostante l’Islam tende ad avere una visione negativa della musica e del suo effetto sulll’animo umano, la cultura tradizional-popolare ne è veicolo soprattutto in tradizioni specifiche come quella del matrimonio per esempio. Ma non è finita qua. A complicare ulteriormente l’arringa argomentativa sul tema, è la concezione della musica che appartiene al sufismo islamico. Il sufismo è una corrente dell’Islam strutturata in confraternite che tende a spiritualizzare l’Islam e a prestare particolare attenzione a quelle parti del Corano in cui emerge un rapporto estremamente ravvicinato e personale con Dio. A volte, alcune confraternite per un eccesso di misticismo si sono nettamente allontanate dall’ortodossia islamica. Fra le pratiche sufi più discutibili agli occhi dell’Islam ortodosso vi sono proprio quelle musicali e danzanti. Queste pratiche sono invece uno dei motivi principali dell’interesse occidentale per la corrente sufi.

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La musica, in ogni caso, è ampiamente ascoltata e prodotta dai popoli islamici. Vi chiederete quindi come venire a capo a questo problema. Me lo sono chiesta anch’io, e ho trovato la soluzione più semplice nel chiedere direttamente ad alcuni amici musulmani. Una in particolare è stata la risposta più conciliativa ed esaudiente, che offre un’uscita dal libirinto:

“ Ciò che è considerato illecito per l’Islam sono tutte quelle pratiche che ti fanno deviare dall’unica cosa che importa per un musulmano ovvero l’adorazione di Dio e l’adesione ai suoi insegnamenti; nel caso della musica, basterebbe ascoltarla senza che essa ti lasci trasportare lontano dalla preghiera e dai tuoi doveri. A me piace il rap, lo ascolto ma durante gli orari di preghiera poso via le cuffiette e mi dedico a ciò che reputo più importante”.

In questa risposta è chiaro il tentativo di coniugare le esigenze moderne per un ventenne del ventunesimo secolo con l’appertenenza ad una dottrina religiosa fortemente identitaria. Del resto, medesimo tentativo utilizzato da me in questo articolo: conigare due culture estremamente diverse interessandosi alle diversità che esse possiedono, e soprattuto ricercando le radici di una determinata scelta cultura negli ambiti più disparati come ad esempio quello della musica. Accettabile anche il giudizio (è democratico anche quello!) ma per giudicare bisogna sempre conoscere.

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